Al Jazeera centre for studies reviews “Un Hussein alla Casa Bianca. Cosa pensa il mondo arabo di Barack Obama”

Al Jazeera Centre for Studies has published Samar Franco’s review of our book “Un Hussein alla Casa Bianca. Cosa pensa il mondo arabo di Barack Obama. Samar is an Iraqi student who does her phd in Italy so she perfectly speaks and understands Italian. Unfortunately not so many are able to understand our language so we are extremely grateful to Samar for having reviewed the book edited by A. Valeriani and myself (with many important contributions coming from the Arab world as: Jihad N. Fakhreddine, Head of Gallup Middle East; Dr Amer Al Sabaileh, lecturer at the University of Jordan, Department of European languages and studies, and his great students; Professor Larry Pintak,  Director of the Adham Center for Television Journalism at the American University in Cairo and his “Egyptian bloggers go to America” project featuring Sandmonkey and Wael Abbas, among the other very cool Egyptian bloggers).

We are also grateful to Ezzedine Abdelmoula, Head of Media Studies Unit at Al Jazeera Centre for Studies, for having published Samar’s review. And we hope that in the future the book can be translated into Arabic, inshallah! Thanks to everybody who contributed to it.

حسين في البيت الأبيض-صورة باراك أوباما في الإعلام العربي

obama

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Twitter guide now available in Arabic

Thanks to the great efforts by Mohamed from Social Media Exchange (SMEX) we have now this Twitter guide translated into Arabic. Last year Mohamed also translated into Arabic the Digiactive Facebook guide to social activism which is a very useful tool. Thanks Mohamed and Smex for this great translation work!

Palestian Authority shuts down Al Jazeera

Palestian Authority (PA) announced yesterday that Al Jazeera broadcasting operations in the West Bank would be suspended.  Al Jazeera stated through her press office to be “astonished” at this decision and the consequent intention of PA to take legal action against  the channel.

In yesterday press release, the station reports that “the Palestian Authority has stated its decisions are in response to Al Jazeera reporting the accusations made by Secretary-general of the Fatah movement Mr. Farouk Kaddoumi against the Palestinian president Mahmoud Abbas and his advisor Mohammed Dahlan. Mr Kaddoumi accused both leaders of being aware of an Israeli plan to kill the late president Yasser Arafat.”

The Guardian reports that a Palestian official speaking on conditions of anonymity said that Palestian President Abbas was “outraged by an Al Jazeera talkshow, broadcast yesterday, that dealt with harsh accusations against PA leader by a long-time rival in his Fatah movement. The rival, Farouk Kaddoumi, claimed -without presenting evidence- that Abbas had a role in the 2004 death of his predecessor, Yasser Arafat“.

While Al Jazeera states to be “surprised that it has been targeted by this decision while many other Arab and international media organisation also broadcast the Kaddoumi’s allegations”, the key question is rather to be addressed to the PA. Its behaviour is like the past 15 years of broadcasting in the Arab world have never existed. Since its launch in 1996, Al Jazeera committed itself to be reporting independently from governments, and it has built its success on “the opinion and counter opinion” strategy. Now, somebody can argue that to be really “balanced” they should have interviewed President Abbas and give him the floor after he was accused by Kaddoumi. But this is not the point: the PA has always had a very controversial relation with Al Jazeera, trying to censor the channel and to treat it as it was a “state channel” to be oriented by the goverment. Even Arafat complained more than once with Al Jazeera and shut down the channel operations in the West Bank which were lately restored.

True, Al Jazeera has been very close to Hamas during the last period, particularly during the last Gaza crisis in December 2008. But, is this a good reason to be shut down? Is the PA strategically doing the right thing when it shuts down the station or is it, on the contrary, contributing to strenghten Al Jazeera popularity in the West Bank and all across the Arab world by trying to censor it?

Actually, the PA did a very good PR job for Al Jazeera yesterday.

Media arabi e cultura nel Mediterraneo

“Media arabi e cultura nel Mediterraneo”, a cura di D. Nunnari e O. Milella, è stato recensito da Gennaro Sangiuliano sulle pagine di Libero di ieri. Ripubblico la recensione qui di seguito:

| Costume & Società | Gennaro Sangiuliano
Pubblicato il giorno: 12/07/09
Produzioni “politically incorrect”
Una ragazza è seduta al tavolino di un bar con il suo fidanzato, in un televisore posto in alto nella sala scorrono le immagini del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Il ragazzo volge lo sguardo alla tv e afferma: «Dio lo benedica». La fidanzata annuisce. Poi i due giovani continuano a parlare. È una delle tante scene diffuse all’interno delle musalsalat, una sorta di soap opera dove le storie di protagonisti inventate si muovono in un contesto storico, politico e sociale autentico, raccontato secondo la prospettiva araba.

Negli ultimi anni queste produzioni televisive sono esplose per quantità, peso mediatico e soprattutto per capacità d’influenza negli stili di vita e nella formazione dell’opinione delle masse arabe. «Come mai sei musulmano e lavori per i selvaggi miscredenti?», domanda un giovane a un medico siriano. «Metti al pari un musulmano con l’infedele?», aggiunge. «La dignità umana è una», risponde il medico.

Uomini, donne, amori, storie familiari, scene di vita nelle grandi metropoli arabe, che hanno sullo sfondo i fatti del nostro tempo: il terrorismo, l’avversione per Israele, l’emigrazione in Occidente, la jihad, la religiosità islamica. La rappresentazione che lega vicende e personaggi inventati a dimensioni reali e a tragedie del nostro tempo, riflette la varietà delle posizioni dell’universo arabo. In alcune musalsalat i protagonisti esprimono una blanda condanna per i kamikaze, soprattutto quando a pagare sono vittime innocenti, in altre lo sfondo è apologetico di ogni forma di “guerra santa”. L’Occidente, però, quasi in ogni produzione, è rappresentato come l’antagonista miscredente alleato del demonio ebraico. “Media arabi e cultura nel Mediterraneo” è il titolo del saggio scritto da Donatella Della Ratta, Roberta Nunnari e Naman Tarcha, autori di una voluminosa ricerca sull’universo, spesso sconosciuto, dei media arabi (Cangemi editore, pp. 240, euro 20,00). L’Occidente, come conferma un sondaggio Gallupp, conosce poco, anzi quasi nulla, dello sterminato universo mediatico arabo, che non è relegabile alle sole Al Jazeera e Al Arabiya, ma è una galassia articolatissima, fatta di oltre 500 canali, nazionali e transnazionali, supportati da fornitori di contenuti: reality show, soap opera, film, documentari, service news. Una industria, rilevante per fatturato e peso culturale, se si considera che le masse arabe sono forti consumatrici di televisione, molto più degli occidentali.

La star del pop arabo Nancy Ajram chiede stabilmente un cachet di due milioni di dollari per partecipare a film e produzioni di vario tipo, una cifra pari a quella che possono pretendere solo cinque o sei grandi attrici di Hollywood. Dopo l’11 settembre i rapporti fra l’Occidente e il fondamentalismo islamico, oltre a misurarsi sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan, sono diventati sempre più rapporti di confronto scontro mediatici, dove due culture si rappresentano con gli strumenti del cinema e della televisione attorno ai valori delle rispettive civiltà. Scrive al riguardo Donatella Della Ratta: «La civiltà araba era anch’essa diventata civiltà visuale e visiva che si autorappresenta attraverso immagini». Già i titoli delle fiction arabe introducono ai temi dominanti “Al hurr al ayn” (“Le vergini del paradiso”), “Saqf al alam” (“Il tetto del mondo”) sulla vicenda della pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto ad opera del giornale danese ma anche “Al Mariquona” (“I falsi credenti”) dove si critica il fondamentalismo. C’è tutta una saga che si intreccia con le vicende dei prigioneri di Guantanamo, storie di madri dilaniate dall’incertezza sulla detenzione dei loro figli, di mogli e sorelle, di torture americane illustrate con dovizia di particolari. In alcuni casi vengono coinvolti attori occidentali, come Antonio Banderas che partecipa al “Tredicesimo guerriero”, storia di un viaggiatore arabo che si unisce a una tribù di guerrieri del Nord Europa.

Una caratteristica decisiva del giornalismo arabo è nel poter contare su una sostanziale unità linguistica, che l’Occidente, per quanto pervaso dall’inglese, non ha ancora conseguito oltre gli strati molto colti della popolazione. L’arabo è la lingua ufficiale di 24 Paesi, parlata da più di 200 milioni di persone. Un notiziario o una soap opera algerina vengono seguiti e compresi dall’operaio egiziano e viceversa. Non lo stesso accade fra francesi, tedeschi, italiani. «La media di telespettatori che si sintonizzano sulle frequenze di Al Jazeera viene stimata intorno a 35 milioni di persone (di cui 200 milioni negli Usa)», scrive Roberta Nunnari, «mentre il sito internet registra 17 milioni di “hits” al giorno». L’emittente del Qatar, insieme ad Al Arabiya, l’altro grande network, contribuisce a diffondere una sorta di panarabismo culturale. L’universo mediatico arabo si espande con i new media, capaci di interconnettere tv satellitari, pc, telefonini. Questa galassia si sta muovendo con il fine strategico di diffondere progetti politico-culturali e politico-ideologici, dove la umma si disperde e unifica l’islam, il suo peso nel determinare convinzioni diffuse nel mondo arabo è enorme, con esso l’Occidente dovrà fare i conti.