What’s happening to my country

Today I got up in a foreign country and read the news about mine. I still can’t believe that “that” is my country. Everytime I read about what’s happening in Italy I have the impression it’s something happening on the moon, on a strange planet.

Today I read Stefano Rodotà’s column on Repubblica about the latest developments in Italy, a country where if there is a problem –like it happened to Berlusconi’s coalition, not being on time to present the candidates’ list for the upcoming regional elections– the Prime Minister says “let’s change the law“. And if somebody, who still believes in the Costitution as a super-partes thing, refuses to do it, he/she is immediately labelled as “communist, conspirator, etc”.

Rodota’ says we have passed the limit. He underlines “how deep is the abyss which we are falling into”.

It’s not an exaggeration or a complain. Italy was the country of beaty, history, style, nice people, dolce vita, bla bla …

It is now a place where somebody who doesn’t like something simply decides to change it. The problem is that this “somebody” is the Prime Minister and this “something” is the law.

Sitting in a beatiful Nordic country, I still can’t believe the country I’m reading about is “my” country, the country where I was raised, where I studied, where I was educated by parents and the society surronding me to respect others, to respect the law. That was my country. A country with dignity. I hope there is still some left. I should say, inshallah.

I’m thankful to Rodotà for this beatiful article which I re-publish here below (although I don’t have any rights to do it). I wish it was in english.

Una crisi di regime

di STEFANO RODOTA’

CHE COSA indica la decisione del Tar del Lazio che, ritenendo inapplicabile l’assai controverso decreto del Governo, ha confermato l’esclusione della lista del Pdl dalle elezioni regionali in questa regione? In primo luogo rivela l’approssimazione giuridica del Governo e dei suoi consulenti, incapaci di mettere a punto un testo in grado di superare il controllo dei giudici amministrativi. Ma proprio questa superficialità è il segno della protervia politica, che considera le regole qualcosa di manipolabile a proprio piacimento senza farsi troppi scrupoli di legalità. E, poi, vi è una sorta di effetto boomerang, che mette a nudo le contraddizioni di uno schieramento politico che, da una parte, celebra in ogni momento le virtù del federalismo e, dall’altra, appena la convenienza politica lo consiglia, non esita a buttarlo a mare, tornando alla pretesa del centro di disporre anche delle materie affidate alla competenza delle regioni.

Proprio su quest’ultima constatazione è sostanzialmente fondata la sentenza del Tar del Lazio. La materia elettorale, hanno sottolineato i giudici, è tra le competenze delle regioni e, partendo appunto da questo dato normativo, la Regione Lazio ha approvato nel 2008 una legge che ha disciplinato questa materia.Lo Stato non può ora invadere questo spazio, sostituendo con proprie norme quelle legittimamente approvate dal Consiglio regionale. Il decreto, in conclusione, non è applicabile nel Lazio. I giudici amministrativi, inoltre, hanno messo in evidenza come non sia possibile dimostrare alcune circostanze che, in base al decreto del 5 marzo, rappresentano una condizione necessaria per ritenere ammissibile la lista del Pdl. In quel decreto, infatti, si dice che il termine per la presentazione delle liste si considera rispettato quando “i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale”. Il Tar mette in evidenza due fatti. Il primo riguarda l’assenza proprio del delegato della lista che ha chiesto la riammissione. E, seconda osservazione, non è possibile provare che lo stesso delegato, presentatosi in ritardo, avesse con sé il plico contenente la documentazione richiesta.

Se il primo rilievo sottolinea l’approssimazione di chi ha scritto il decreto, il secondo svela la volontà di usare il decreto per coprire il “pasticcio” combinato dai rappresentanti del Pdl. Che non è frutto, lo sappiamo, di insipienza. È stato causato da un conflitto interno a quel partito sulla composizione della lista, trascinatosi fino all’ultimo momento, anzi oltre l’ultimo momento fissato per la presentazione della lista. È una morale politica, allora, che deve essere ancora una volta messa in evidenza. Per risolvere le difficoltà di un partito non si è esitato di fronte ad uno stravolgimento delle regole del gioco. La prepotenza ha impedito anche di avere un minimo di pazienza, visto che la riammissione da parte dei giudici dei listini di Formigoni e Polverini ha eliminato il rischio maggiore, quello di impedire in regioni come la Lombardia e il Lazio che il partito di maggioranza avesse un suo candidato. Si dirà che, una volta di più, i giudici comunisti hanno intralciato l’azione di Berlusconi e dei suoi mal assortiti consorti? È possibile. Per il momento, però, dobbiamo riconoscere che proprio i deprecati giudici hanno arrestato, sia pure provvisoriamente (si attende la decisione del Consiglio di Stato), una deriva verso la sospensione di garanzie costituzionali.

Non possiamo dimenticare, infatti, che la democrazia è anche procedura: e  il decreto del governo manipola proprio le regole del momento chiave della democrazia rappresentativa. La democrazia è tale solo se è assistita da alcune precondizioni: e le sciagurate decisioni della Commissione parlamentare di vigilanza e del Consiglio d’amministrazione della Rai hanno obbligato al silenzio una parte importante dell’informazione, rendendo così precaria proprio la precondizione che, nella società della comunicazione, ha un ruolo decisivo. Non dobbiamo aver paura delle parole, e quindi dobbiamo dire che proprio la congiunzione di questi due fatti, se dovesse permanere, altererebbe a tal punto le dinamiche istituzionali, politiche e sociali da rendere giustificata una descrizione della realtà italiana di oggi come un tempo in cui garanzie costituzionali essenziali sono state sospese.

Comunque si concluda questa vicenda, il confine dell’accettabilità democratica è stato comunque varcato. Una crisi di regime era già in atto ed oggi la viviamo in pieno. Nella storia della Repubblica non era mai avvenuto che una costante della vita politica e istituzionale fosse rappresentata dall’ansiosa domanda che accompagna fin dalle sue origini gli atti di questo Governo e della sua maggioranza parlamentare: firmerà il Presidente della Repubblica? Questo vuol dire che è stata deliberatamente scelta la strada della forzatura continua e che si è deciso di agire ai margini della legalità costituzionale (un tempo, quando si diceva che una persona viveva ai margini della legalità, il giudizio era già definitivo). Questa scelta è divenuta la vera componente di una politica della prevaricazione, che Berlusconi ha fatto diventare guerriglia continua, voglia di terra bruciata, pretesa di sottomettere ogni altra istituzione. Da questa storia ben nota è nata l’ultima vicenda, dalla quale nessuno può essere sorpreso e che, lo ripeto, rivela piuttosto quanto profondo sia l’abisso nel quale stiamo precipitando,
A questo punto, la scelta di Napolitano, ispirata com’è alla tutela di “beni” costituzionali fondamentali, deve assumere anche il valore di un “fin qui, e non oltre”, dunque di un presidio dei confini costituzionali che arresti la crisi di regime. Ma non mi illudo che la maggioranza, dopo aver lodato in questi giorni l’essere super partes di Giorgio Napolitano, tenga domani lo stesso atteggiamento di fronte a decisioni sgradite in materie che già sono all’ordine del giorno.

Ora i cittadini hanno preso la parola, e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a rispondere loro direttamente. Qualcosa si è mosso nella società e tutti sappiamo che la Costituzione vive proprio grazie al sostegno e alla capacità di identificazione dei cittadini. È una novità non da poco, soprattutto dopo anni di ossessivo martellamento contro la Costituzione. Oggi la politica dell’opposizione dev’essere tutta politica “costituzionale”. Dopo tante ricerche di identità inventate o costruite per escludere, sarebbe un buon segno se la comune identità costituzionale venisse assunta come la leva per cercar di uscire da una crisi che, altrimenti, davvero ci porterebbe, in modo sempre meno strisciante, a un cambiamento di regime.

© Riproduzione riservata (09 marzo 2010)

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2 thoughts on “What’s happening to my country

  1. Cara Donatella,
    ieri sera ho visto un viso famigliare in TV. Ci ho messo poco a collegare l’argomento, quei bei lineamenti fattisi ancor più peculiari, ad una vacanza speciale in un villaggio di minatori.
    Cercando poi tue notizie sul web, ritrovo con gioia in questo articolo, quella stessa personalità allora tanto apprezzata in tuo padre, fatta di grazia, “innocenza”, amore per il bello, impegno….
    Quella che sollecita il tuo (come il mio) senso del bello è proprio la nostra Italia, non un paese straniero, in cui da sempre convivono la bellezza, la grandezza, la cultura, la solidarietà accanto alla meschinità, al gusto del gossip,alla speculazione, all’ignoranza. Negli ultimi vent’anni l’editoria commerciale, soprattutto la TV, ha avuto grande successo nel diffondere il peggio, inconsciamente preparando il suo successo anche politico. Tanto fango, pure drammaticamente concretizzato dall’inasprirsi del clima, che spesso si fatica a scorgere l’azzurro, alzando finalmente lo sguardo.
    Da queste consapevolezze vorrei partire per ritornare a seminare, coltivare, presidiare vita e bellezza,che possano tornare a diffondersi come in realtà fanno in silenzio, piuttosto che continuare solo a “reportare il fango che cola”, seguendo inesorabilmente la sua direzione (verso il basso). Confido nella TV digitale, nella rete, faccio il tifo per te, ormai donna dei media che abbraccio con affetto gigante.

    Lorenzo

    • Caro Lorenzo, la tua mail mi ha commosso, veramente (anche se non ho capito in che programma mi hai visto!). Grazie per il supporto. Hai ragione, noi che amiamo l’Italia per la sua bellezza, la sua cultura, la solidarietà della nostra gente, dobbiamo continuare -ogni giorno, in ogni momento, anche nelle cose che sembrano più piccole ed insignificanti- ad opporci al degrado del nostro paese, all’egoismo, all’ignoranza e soprattutto alle lamentele. In un momento storico come è questo, inutile piangersi addosso, inutile rassegnarsi, bisogna semplicemente rimboccarsi le maniche e fare. Mi sono stancata di sentire proteste e lamenti, voglio sentire energia, voglia di fare, costruttività, il che non significa ignorare i problemi che abbiamo o negarne l’esistenza, significa prenderli di petto. Teniamoci in contatto! ricordo sempre con tanta gioia quella vacanza in quel posto meraviglioso, spero si rifaccia un’iniziativa del genere in un luogo così bello come tanti ne ha ancora il nostro paese. ddr

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