Essere o non essere Charlie, ma é questo, veramente, il problema?

Riposto la mia riflessione su Charlie Hebdo e i fatti di Parigi uscita oggi su Il Manifesto.

A chi legge l’arabo, consiglio l’articolo di Al Akhbar che cito nel pezzo.

Per chi è interessato a capire come i media arabi hanno coperto la questione, il buon pezzo di Haaretz (anche se privo di link in lingua originale araba) e, sui media iraniani, Antonello Sacchetti.

Per finire consiglio il pezzo di Mark Levine, professore di Storia del Medio Oriente moderno a Irvine, California, uscito oggi su Al Jazeera English.

 

Europa e Islam, chi è Charlie veramente?

Tra innocenza e ipocrisia. Il problema dei valori e dell’identità rischia di nasconderne altri, più autentici, come i rapporti geopolitici e le ipocrisie dell’Occidente e del mondo arabo. Non a caso i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono

Una giovane manifesta per Charlie Hebdo in una piazza di Aleppo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Soli­da­rietà idiota». Con que­sto titolo pro­vo­ca­to­rio, apparso qual­che giorno fa sul quo­ti­diano liba­nese Al Akh­bar, il gior­na­li­sta Amar Moh­sen defi­niva l’affannarsi media­tico dei musul­mani a pren­dere le distanze dagli attac­chi a Char­lie Hebdo.

Affanno che si tra­sfor­mava nell’hashtag #JeSui­sChar­lie (il più popo­lare della sto­ria di twit­ter), magliette, foto viral­mente dif­fuse in rete e su face­book. Tutti impe­gnati a dire: sono musul­mano, ma sono anche Char­lie. E come ogni sin­golo musul­mano era chia­mato a scu­sarsi a nome dell’intera sua spe­cie per un atroce gesto com­messo da uno spa­ruto gruppo, così l’attacco di due (per quello che ne sap­piamo) per­sone con­tro la reda­zione di un gior­nale è diven­tato imme­dia­ta­mente il ten­ta­tivo di espu­gnare il più pre­zioso dei nostri beni: la libertà di espressione.

Come in una catena di figure reto­ri­che, abbiamo tutti clas­si­fi­cato i fatti di Parigi come un attacco al «valore euro­peo» per eccel­lenza. E giù ancora un’altra, infi­nita catena di hash­tag, foto e dichia­ra­zioni di cit­ta­dini musul­mani che fanno pub­blica ammenda, che urlano «non in mio nome», per­ché io, «io sono Charlie».

Ma, come fa notare Moh­sen, ripreso anche da Haa­retz, il quo­ti­diano pro­gres­si­sta israe­liano, «quello che è suc­cesso a Parigi è un attacco fran­cese alla Francia».

I quat­tro sospetti, di cui tre ormai impos­si­bi­li­tati a par­lare e una spa­rita nel nulla, non sono forse cit­ta­dini fran­cesi, nati e cre­sciuti in Fran­cia, sep­pur di ori­gine araba, e musulmani?

Così come era di ori­gine araba, e musul­mano il povero poli­ziotto, Ahmed Mera­bet; eppure, per le leggi della Répu­bli­que che ha difeso con la vita, francese.

Come, per citare una sol­tanto delle vit­time, il grande Geor­ges Wolin­ski: che era cit­ta­dino fran­cese, ebreo, nato in un paese arabo, da padre polacco e madre tuni­sina. Un inno al mul­ti­cul­tu­ra­li­smo à la fra­nçaise, si direbbe.

Per­ciò chi è «Char­lie» vera­mente? Per­ché i musul­mani di tutto il mondodevono affan­narsi a dire: «anch’io sono Char­lie»? Per­ché essere musul­mano ed essere fran­cese dovreb­bero essere ele­menti in con­trad­di­zione fra loro in un paese fon­dato sull’éga­lité?

Forse, come fa notare Moh­sen con­dan­nando la nai­vetè della «soli­da­rietà idiota», sarebbe il caso di riflet­tere su come la Fran­cia abbia cre­sciuto que­sto Islam den­tro casa.

Sarebbe il caso di rive­dere i mar­gini con­cessi a paesi come l’Arabia Sau­dita nella gestione di moschee e scuole islamiche.

L’Arabia Sau­dita è il paese che ha con­dan­nato il blog­ger Raef Badawi a 10 anni di galera, una multa di oltre 200.000 dol­lari, e mille fru­state pub­bli­che, in piazza, per venti set­ti­mane suc­ces­sive (la prima dose di 50 è stata som­mi­ni­strata venerdì). Badawi chie­deva pub­bli­ca­mente di affron­tare alcuni argo­menti spi­nosi per la monar­chia sau­dita come l’abolizione della Com­mis­sione per la pro­mo­zione della virtù e la pre­ven­zione del vizio (qual­cosa di molto simile a quello che l’Isis ha isti­tuito nelle zone sotto il suo controllo).

Eppure la Fran­cia, l’Occidente intero, tace sull’Arabia Sau­dita. Anche rispetto a temi come l’avversione alla rap­pre­sen­ta­zione della figura reli­giosa mas­sima dell’Islam, Mao­metto. Se faces­simo un passo indie­tro nella sto­ria dell’Islam e del suo rap­porto con le imma­gini (chi vuole appro­fon­dire la que­stione può leg­gere i saggi della sto­rica dell’arte Chri­stiane Gru­ber sull’evoluzione della rap­pre­sen­ta­zione di Mao­metto nei secoli) tro­ve­remmo diverse raf­fi­gu­ra­zioni del pro­feta in minia­ture e mano­scritti. La cor­rente real­mente ico­no­cla­sta è quella waha­bita, apparsa a par­tire dal XVIII secolo, la cui sorte è inti­ma­mente legata alla sto­ria dell’Arabia Sau­dita e al patto di ferro fra la dina­stia al-Saoud e Moha­med al-Wahab.

Per­ciò di quale Islam par­liamo quando par­liamo di Islam? Il lea­der di Hez­bol­lah,Has­san Nasral­lah, ha con­dan­nato pub­bli­ca­mente gli atti bar­bari di Parigi. Anche auto­rità reli­giose ira­niane come Ahmed Kha­tami (non il pre­si­dente rifor­mi­sta, come fa notare giu­sta­mente sul suo bel blog Anto­nello Sac­chetti), con­dan­nano l’attentato in Fran­cia e lo dis­so­ciano dall’Islam. Potremmo con­clu­dere allora che l’Islam sciita di Iran ed Hez­bol­lah è «migliore» di quello waha­bita e ultra­con­ser­va­tore dei waha­biti (e in più non ha nem­meno pro­blemi di ico­no­cla­stia, come si nota dalle soap opera ira­niane che ogni anno a Rama­dan rap­pre­sen­tano figure reli­giose isla­mi­che senza alcun problema).
Ma in realtà non di una guerra di Islam diversi, più o meno con­ser­va­tori, si tratta; ma di una guerra di con­trollo geo­po­li­tico della regione fra l’Iran e il Golfo arabo, in prima fila Ara­bia Sau­dita e Qatar.

Quando Nasral­lah con­danna il ter­ro­ri­smo a Parigi il mes­sag­gio va in realtà a Riad o a Washing­ton e alleati: col­pe­voli di soste­nere la bomba del jiha­di­smo sun­nita in Siria, ormai scap­pata loro di mano ed esplosa nel cuore dell’Europa.

Noi ne fac­ciamo una que­stione di attac­chi alla «libertà di espres­sione», ai «nostri» valori «europei».

Leggo i com­menti inor­ri­diti alle email del pro­dut­tore ese­cu­tivo di Al Jazeera English, Salah-aldin Khadr, che scrive ai suoi di stare attenti alla «logica bina­ria» che costrui­sce oppo­si­zioni fra il (sup­po­sto) valore euro­peo per eccel­lenza , la libertà di espres­sione, e l’Islam retro­grado. Gente scan­da­liz­zata per il ten­ta­tivo di una rete di pro­prietà araba di affos­sare la libertà dei suoi dipen­denti occidentali.

Non so quanti hanno capito che anche quei musul­mani che hanno ucciso altri musul­mani nell’attentato a Char­lie Hebdo erano in realtà euro­pei, fran­cesi, che hanno ucciso altri euro­pei, altri fran­cesi. Non so quanti hanno capito che non si tratta di difen­dere libertà e prin­cipi astratti, quando nel con­creto non esi­ste più un «noi» verso un «loro», in una fase in cui gli inte­ressi eco­no­mici e geo­po­li­tici fanno e disfano alleanze, in cui le eco­no­mie di un paese sono con­nesse a quelle di un altro (e tutte sot­to­mosse alla real­po­li­tik del capi­ta­li­smo finanziario).

Non sapevo quanti l’avessero capito, fino a quando ho visto la foto di una ragazza siriana che faceva capo­lino die­tro un car­tello con scritto «Je suis Char­lie». Si era fatta foto­gra­fare, da sola, nella piazza di un’Aleppo ormai fan­ta­sma, svuo­tata dalla gente ma con que­sta pic­cola donna siriana scesa per mani­fe­stare la sua soli­da­rietà. Ho ripo­stato la foto insieme alla mia disperazione.

E forse, per la prima volta da quando uso twit­ter, ho rice­vuto migliaia di mes­saggi di gente dal mondo intero, che diceva gra­zie a que­sta pic­cola siriana; ed espri­meva la sua, la nostra, ver­go­gna per essere tutti noi Char­lie ma non essere mai voluti essere quella Siria in cerca della sua libertà nelle piazze di una pri­ma­vera 2011 che le leggi della geo­po­li­tica e della finanza glo­bale hanno deciso di affossare.

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Charlie Hebdo, another “Danish cartoon crisis”

After Nessma TV provoking the rage of some Muslisms by showing a scene of Persepolis movie where God is represented, now it`s the turn of France to repeat the “Danish cartoon crisis” again.

French weekly satire magazine Charlie Hebdo`s Paris office has been hit by a molotov cocktail bomb. Two days ago, the French publication announced it was preparing a special issue called “Charia hebbo (a linguistic game between the name of the magazine and the Islamic law sharia which French people transliterate from Arabic as charia) “supervised” by Prophet Mohammed as “editor in chief”  . The current issue features in the front cover a caricature of Prophet Mohammed saying ” a hundred lashes if you don`t die laughing”. Inside the magazine, there is an “editorial by Mohammed”  titled “Halal aperitif”, an insert titled “Charia Madame”  and the last page shows the Prophet again. This time he wears a red nose as a clown and says “Yes, Islam is compatible with humor”.

The special issue is a reaction to the recent success of Tunisian Islamist party, Ennahdha, few days ago at the first elections held in free Tunisia. The electoral victory of Ennahdha has scared many, especially in France, the traditional “patron” of Tunisia`s political and social life and the most concerned (I would rather say obsessed) country in the world by the idea of laicite`.

It is such a paradox, with all the relevant issues that we could discuss in such a troubled period for the world, to come back again to the “star wars” battle between “freedom of expression” and “respect of religion“. Frankly, I believe the two things are not to be put in opposition. Freedom of expression does not manifest itself by offending others` beliefs. Frankly, it is so easy to provoke in such a stupid way, to attract viewers, readers, or simply to throw dust in the eyes of people while there are so many important issues to be explored. I dont want to defend the people who have thrown the molotov bomb onto Charlie Hebdo`s office. But I dont want to defend such a meaningless move by Charlie Hebdo, either. I hope the “media hype” on this issue will calm down soon and we wont have another “Danish cartoon crisis” which we really do not need, now more than ever.

I just want to raise a point. While France and the French media are so busy defending “freedom of expression” and “laicite” in the Tunisian case, I suspect that the real reason of this “much ado about nothing” is that France fears loosing control over a country which has always been under the republique`s cultural protectorate, even under Ben Ali. While the victory of Ennahdha scares France and pushes all its media establishment to raise the “Islamic” fear vis-a-vis this new Tunisia, somebody else is already doing business with “Islamists”.

The US has already announced “investments” and “commercial operations” to start in the new democratic Tunisia next week.“We will work with Tunisian government regardless of its composition”, they have underlined. And the Obama-sponsored US-North Africa Partnership for Economic Opportunity (NAPEO) is already at work to exploit business opportunities in the Maghreb area, starting with the new Tunisia.

The US prefers to shut up on “Islamic fears” and not to start a crusade to defend the laicite`. They prefer to do business, establish relations, partnerships, move the economy forward. With the new Islamic majority.

It has been a while that the new American project vis-a`-vis the Middle East has become evident: accepting the “moderate Islam” and building alliances with it. The fact that Europe -and, first of all, France– that is closer to the Arab world and has strong historical and cultural -together with of course commercial- ties with it, has not elaborated a plan is a bit weird. We continue defending abstract concepts as “laicite”, and we dont act. We go on defending principles, but we do nothing to affirm these principles in practise.

If we care about the “laicite”, if we care about freedom of expression, about helping to build civil societies and secular states in the Arab world, then it would be better to start doing serious stuff and elaborate a serious strategy, instead of writing useless editorials to raise media hype and dust in people`s eyes.