The name “situation” with IS, ISIS, ISIL, or Da’esh

I hope this is the last post I wrote about ISIS (but I’m afraid it won’t be).

There is an ongoing debate not only about the “thing” but also about the “name of the thing” ISIS, ISIL, IS, or Daesh.

 

Shall we call it ISIS (Islamic State of Iraq and Syria)?

ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant) as Obama calls it?

Or simply IS (Islamic State) as they now want us to call them?

 

The French (who are always very politically correct) have recently agreed that they will refuse to call it “state”, as it is a terrorist organisation. From now on, they will use the Arabic “Daesh”, which is by the way  the Arabic acronym that stands for “Islamic State of Iraq and Sham” (greater Syria, or Levant). In the end, the word “dawla” (state) is still there.

Perhaps as Allison Kaplan Sommers points out in this useful recap, Daesh is probably the name that mostly bothers them, cause it looks like a derogatory moniker.

True, I’ve sometimes heard my Syrian friends joking :

“I am with Daesh without the letters D, A” (أنا مع داعش بدون د ا)

The joke is not easy to make into English, but the word “Daesh” without the letters “D” and “A” becomes عش , “nest”.

We can speculate about what “I am with the nest” might mean, but I think you can figure it out, and that’s maybe why “Daesh” people are so bothered.

 

Yet, I am afraid that, as Shakespeare wrote in “Romeo and Juliet”:

 

“What’s in a name? that which we call a rose
 By any other name would smell as sweet”.

 

I’m afraid that we’re not talking about anything as sweet as a rose.

Whatever we call it, in the end ISIS/ISIL/IS/Daesh will still smell the same:

 

BAD.

 

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Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico

Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza scandiva parole in arabo classico, la lingua del Corano, ma anche della letteratura, della poesia, e dei notiziari televisivi nel mondo arabo. Bin Laden terrorizzava l’Occidente intero ma lo costringeva a tradurre, ad avvicinarci “noi” a “loro”, per comprenderne la minaccia, il perché di tanto odio, il perché di quel kalashnikov sul fondo dello schermo.

Sono passati oltre dieci anni, e tante guerre: Afghanistan, Irak, per nominare solo quelle direttamente collegate alle apparizioni televisive di Bin Laden. Il disperato nostro tentativo di spegnere quell’immagine minacciosa nel sangue: sparare a caso nei posti del terrore per stanare l’immagine e cancellarla.

Poi, dieci anni dopo, sono arrivate le primavere arabe. L’occasione storica offerta al mondo arabo per riscattarsi dalla sua “barbarie”, per provare che è capace di chiedere dignità e democrazia. L’occasione era talmente ghiotta per noi Occidente che abbiamo trovato una bella espressione pulita, “primavera”, per raccontare una stagione che doveva contenere rinascita, ma non sangue; rivoluzione, ma non violenza. I nostri media si sono uniti nell’abbraccio collettivo alle primavere arabe: rivoluzioni per il consumo digitale, i gelsomini che profumano per tutta la Tunisia, la piazza egiziana di Tahrir che offre la più bella inquadratura televisiva possibile, ventiquattroresuventiquattro accesa su un popolo che fa fuori il suo dittatore in un’atmosfera quasi carnevalesca. Il più grande spettacolo televisivo del secolo. I nostri media impazziti per questi giovani arabi, blogger, attivisti, che impugnano telecamerine e cellulari invece che il kalashnikov del loro antenato delle caverne.

E oggi arriva l’inverno. Siamo delusi, profondamente delusi da un mondo arabo che non ce l’ha fatta. Ha avuto la sua occasione, e l’ha bruciata. Il mondo arabo non è capace di chiedere giustizia, dignità, democrazia. Non è nel suo DNA. C’è qualcosa di marcio ad Oriente.

Così la primavera è finita, i media hanno cambiato i titoli.

I giovani arabi stanchi delle botte prese hanno mollato i cellulari e imbracciato -magari i kalashnikov!- pugnali e spade con cui oggi tagliano gole e teste. E così c’è una nuova minaccia che imperversa sui nostri schermi, tutti i nostri schermi mobili, portatili, piccoli e grandi: si chiama ISIS, ISIL, o semplicemente IS, Stato Islamico.

Non parla più l’idioma incomprensibile e troppo aulico di Bin Laden: si rivolge a noi direttamente nella nostra lingua, l’inglese, addirittura sfumandola nello slang cool delle periferie dove nasce il rap, l’hip hop, la cultura giovanile occidentale “cutting edge”.

Non ha più bisogno di Al Jazeera per far arrivare il suo messaggio. Ha il tesoro prezioso dell’Occidente a sua disposizione, Internet: i centoquaranta caratteri di Twitter, le segnalazioni di stato di Facebook, i “mi piace” di YouTube. Sa costruire apps che butta dentro il calderone di Google Play Store senza che neppure i nerdoni di Silicon Valley se ne accorgano. Monta video del terrore con camere HD, costruisce inquadrature complesse, zoomma e dissolve. Ed è chiaramente a noi che parla: “a message to America”.

Ironia della sorte, i nostri media che all’unisono nel settembre duemilauno chiedevano ad Al Jazeera di spegnere l’immagine di Bin Laden, di sottrarre il microfono a quella voce pacata e minacciosa in nome della sicurezza internazionale, del non istigare ulteriore odio e terrorismo, oggi fanno a gara a parlare dell’ISIS. Non passa un giorno che non si leggano articoli che ossessivamente scandagliano “la strategia mediatica” dello Stato Islamico, la loro scaltrezza techie, la loro familiarità con i “nostri” social media. Fiumi di inchiostro e pagine web e persino reportage video “embedded” con i soldati dell’ISIS – un pò come si faceva in Irak 2003 con le truppe americane -descrivono minuziosamente il loro stile di vita, nei deserti siriani ed iracheni così come online, nei meandri dei social networks dove impazzano di followers.

Tutto si compie nella celebrazione del momento: come sono bravi questi barbari, qui ed ora, a usare questi nostri media qui ed ora. Pochi, troppo pochi si sono chiesti da dove viene lo Stato Islamico, e perché si manifesti e si imponga proprio in questo momento. Le ragioni storiche vengono continuamente sacrificate all’altare dell’instantanea, dell’intervista intelligente in sessantasecondi, dei centoquarantacaratteri, dell’articolo tempo di lettura dueminuti e quarantacinque.

Eppure l’ossessione mediatica per l’ISIS è principalmente ossessione occidentale. Oggi che Al Jazeera esce di scena come megafono necessario di Bin Laden, oggi che il mondo arabo sta veramente cambiando sotto i nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo mentre misuriamo il cambiamento in termini stagionali di primavere ed inverni, oggi anche i media arabi parlano un’altra lingua quando parlano dell’ISIS. Leggere articoli della stampa araba o ascoltare discussioni sui canali panarabi apre lo sguardo su un altro mondo: il binomio ISIS-social media è lontano dalla glorificazione a cui lo sottopone l’Occidente, e lungi dall’essere il solo, ossessivo punto di discussione. L’esistenza dello Stato Islamico ha aperto un dibattito nel mondo arabo (e anche una spaccatura nel mondo sunnita) che si riflette sui media: cosa vuol dire essere musulmano oggi, da dove arriva questa violenza, cosa ne è delle nostre rivoluzioni, come facciamo ad impedire che il terrorismo non sia una nuova scusa fabbricata per sottometterci ancora, un nuovo Sykes-Picot rivisto e aggiornato in versione 2.0.

Ascoltando quello di cui discute il mondo arabo un dubbio emerge: che sia la nostra ossessione a produrre il mostro che ci perseguita. Come se a furia di discutere morbosamente dei talenti multimediali dell’ISIS lo facessimo diventare veramente talentuoso. Legittimamente sale il dubbio se il silenzio stampa che cercavamo di imporre ad Al Jazeera negli anni di Bin Laden non fosse piuttosto la nostra rabbia di non avere noi, sui nostri schermi, il terrorista del momento in diretta esclusiva. Lo Stato Islamico sembra aver colto questa contraddizione in cui ci dibattiamo, e per questo forse non crea problemi se a chiedere di seguire i suoi soldati giorno e notte a Raqqa e dintorni è Vice, la bibbia del glamour lifestyle, che spazia da come si cucina sano e vegano a come si muore barbaramente decapitati per mano di un gruppo sanguinario ma tecnologicamente cool (e nessuno, ahimé, nel nostro civile Occidente si scandalizza se il giornalista decapitato di turno si chiama Bassam Raies, ed è siriano: ma urla vendetta quando lettere a noi familiari riempiono i sottopancia degli schermi di sangue).

E’ come se l’ISIS abbia toccato il punto più debole del nostro Occidente: la morbosità per lo spettacolo violento; ma che sia e rimanga, appunto, spettacolo. Che ci siano migliaia di schermi, piccoli e grandi, camere e YouTube, portatili e HD home video, fra “noi” e “loro”. Il binomio nuova tecnologia e violenza che alle nostre teste occidentali sembra così assurdo, così inaccettabile (“barbari” e “tecnologici” sono due parole che spesso mettiamo insieme nelle nostre analisi); dentro le nostre pance, invece, quelle a cui parlano i media -l’emisfero destro di McLuhan -, fa scattare qualcosa di ancestrale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo scacciato la guerra e la violenza fuori dalle nostre porte di fortezza occidentale. La morbosità per la violenza si è trasferita sugli schermi, si è mediatizzata, il sangue si è sciolto nei pixel dei nostri HD home video, ma è ancora lì in agguato. E ci piace ancora consumarla, esaltarla nel momento stesso in cui ufficialmente la ripudiamo.

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Recupero il bel libro di Don De Lillo, “Mao II”. E’ profetico quando osserva che:

c’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi”. “In Occidente”, dice Bill il romanziere protagonista del libro, “noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare (…). Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi”.

Gli scrittori hanno ceduto il passo ai terroristi, che parlano alle coscienze più dei libri che scriviamo, delle nostre pallide riflessioni intellettuali, dei nostri dibattiti timidi. Invece i terroristi parlano la lingua trionfante della contemporaneità, la lingua veloce degli hashtag e dei “mi piace”. E i nostri media gli offrono schermi e pagine su un piatto d’argento.

Perché di fondo esiste una lingua comune, una lingua che accomuna la nostra ossessiva voglia di consumare violenza e coloro che la violenza la producono.

Nel mezzo, c’è un mondo arabo che il mondo ignora perché non riesce ad entrare nei centoquarantacaratteri e non si riassume in hashtag, non si filma e dissolve in HD, e la sua primavera non è passata attraverso il profumo dei gelsomini digitali ma continua a puzzare di corpi martoriati, carne e sangue di gente che ancora muore -mentre sui nostri media si esaltano l’ISIS e i media- per ragioni che forse non abbiamo mai veramente voluto ascoltare.

Riflessioni sparse su ISIS, stampa, e attivismo in Italia

In questi giorni l’ISIS o ISIL o semplicemente IS è tornato alla ribalta della stampa mondiale dopo il video shock dell’uccisione del giornalista americano James Foley. 

Come se prima la “minaccia ISIS” non fosse esistita, o fosse stata miracolosamente sotto controllo (tanto è “circoscritta” alla Siria e all’Irak), ora invece non si sente che parlare di questo, ovunque.

Sono abituata a leggere una stampa italiana facilona, leggera, poco informata e molto ideologica soprattutto quando si parla di Medioriente.

E però oggi quello che mi colpisce di più sono le dichiarazioni del gruppo Wu Ming, riprese da molti attivisti e ribattute sui social network come santa verità. Premesso che rispetto il lavoro di Wu Ming su altri fronti, devo però dire che i loro 30 punti pubblicati su Twitter a proposito dell’ISIS fanno acqua dappertutto.

Innanzitutto per la centralità accordata al PKK e al suo ruolo nel combattere l’ISIS, senza nemmeno fermarsi un attimo a pensare da dove nasce in realtà questa formazione estremista, e cioè innanzitutto dalle radici malate del regime siriano. Purtroppo, cari Wu Ming, se il PKK ha piede libero per combattere l’ISIS è anche perchè al regime siriano il PKK non dispiace, nella misura in cui dà fastidio alla Turchia. La Turchia infatti è oggi nemica giurata di Assad, che ha fatto di tutto in questi ultimi anni per supportare lotte indipendentiste che diano fastidio ai turchi, ergo il PKK è lasciato libero di operare.

Sostenere che il PKK sia la forza principale di resistenza anti-ISIS è un grave errore storico, che non tiene conto di come è iniziata la rivolta in Siria, nè delle forze in campo sia all’interno del regime siriano che in quel ginepraio che si chiama oggi opposizione siriana. E’ grave, però, nonostante il caos oggettivo che si è prodotto all’interno delle fila della resistenza anti-Assad, scrivere che ci sono “altre resistenze all’ISIS, episodi di rivolta e di risposta armata anche da parte di popolazioni arabe sunnite”. Che vuol dire, cari Wu Ming? che i sunniti stanno lì a guardare l’ISIS o a parteggiare per loro, se non qualche sporadica “popolazione” che vi si oppone?

Chi sono, poi, secondo voi, i sunniti? la maggior parte della popolazione della Siria è sunnita. Voi a chi vi riferite? sono tutti con l’ISIS, tranne qualche sporadica “popolazione”? che vuol dire, poi, “popolazione”?

E poi, voi dite che “molti combattenti (del PKK) in prima linea sono donne. Cosa che fa sclerare una forza ultra-misogina come l’IS/ISIS”. Certo, l’ISIS è misogina, non ci sono dubbi. Ma non si può affermare che non ci sono donne a combattere con l’ISIS, anzi, ci sono addirittura battaglioni. Se leggete l’arabo vedete cosa dice la stampa araba in proposito, per esempio qui.

Dire che “il PKK è una forza di massa laica” non basta. Cerchiamo di evitare la pericolosa equivalenza: laici=buoni vs islamici= cattivi. L’ISIS non c’entra con l’Islam, usa l’Islam come scusa, come tanta politica -dappertutto nel mondo, non solo quello arabo- ha da sempre usato la religione come giustificazione di atti efferati.

D’altra parte però il laicismo non è per sua natura sinonimo di bontà, libertà e democrazia. Assad allora dove lo mettiamo? In questi giorni il regime siriano riprende punti in Occidente proprio perchè è “laico”. Ma il regime di Hitler non era laico lo stesso?

Non so perchè il centro del vostro articolo sia il PKK, formazione che non è centrale nell’esistenza (e nemmeno, purtroppo, nella possibile sconfitta) dell’ISIS. L’ISIS è il prodotto di una situazione istigata dal regime siriano fin dall’inizio di una rivolta popolare che era, quella sì, “laica”, ma nel senso che urlava: il popolo siriano è uno. In piazza sono scesi cittadini siriani di tutte le fedi, sunniti, sciiti, alawiti, curdi, cristiani, tutti uniti nella richiesta di diritti civili. Assad e il suo regime “laico” hanno da subito giocato una carta settaria; dopo tre anni di morti, violenze, repressioni, pare che abbia dato i suoi risultati. Dall’altro lato, l’America ha chiuso un occhio su stati del Golfo che, indirettamente tramite donatori privati e vie traverse, finanziavano gruppi armati di estremisti sunniti invece che supportare una resistenza civile siriana che a nessuno, pare, interessava vincesse. Vi consiglio questo articolo che spiega i legami fra l’Arabia Saudita e il jihadismo sunnita, molto ben scritto e informato; e quest’altro, del Guardian, sui legami fra Assad, al-Maliki, e l’emergere dell’ISIS.

Il centro della questione non è il PKK; non sono le donne; non è il laicismo. Il centro della questione è un regime disposto, pur di soffocare una rivolta interna, trasversale alla popolazione, di tutte le appartenenze religiose ed etniche, a soffiare sul fuoco dell’odio settario; a trasformare il tutto in una guerra “sunniti-sciiti”, dove i sunniti sono ormai tutti jihadisti estremisti e gli sciiti – cioè l’Iran, e la stessa Siria della casa alawita di Assad – stanno tornando a fare la parte dei “buoni”.

La profezia del terrorismo islamico che il regime di Assad sbatte in faccia al mondo dalla primavera 2011 (quando in piazza c’era gente con le mani alzate che moriva a grappoli) si è finalmente “auto-avverata”. Oggi non solo il terrorismo islamico è di nuovo una realtà; ma è una realtà che serve a legittimare internazionalmente la Siria di Assad, “laica” e “anti-jihadista”, con cui adesso gli Usa e l’Europa finiranno persino per allearsi per combattere il mostro islamista. Il paradosso è che questo mostro proprio da loro, proprio da noi, è stato generato. E oggi ci interessa soltanto sconfiggerlo, dimenticandoci delle decine di migliaia di attivisti pacifisti messi in galera da Assad, senza processo, che forse mai più usciranno di prigione; dei milioni di sfollati siriani, dentro e fuori la Siria; dei bombardamenti che continuano imperterriti in Siria, in zone dove l’ISIS non c’è (vedi il campo palestinese di Yarmouk), e dove invece l’ISIS c’è, beh vediamo quante volte l’esercito siriano ha veramente provato a bombardarlo. Ci dimentichiamo dell’attacco chimico di soltanto un anno fa, quando il dito del mondo, prima di tutti degli USA, era puntato contro Assad. Ci dimentichiamo delle migliaia di oppositori del regime, alawiti, cristiani, laici, e non solo sunniti, intellettuali, artisti, professori universitari, in esilio in Europa che provano a farci capire con che tipo di regime abbiamo a che fare. Ci dimentichiamo persino di ex-appartenenti al regime, militari e non, cristiani, alawiti, sunniti, che una volta lasciata la Siria hanno raccontato delle torture, delle morti, delle violenze del casato di Assad.

Tutto questo ce lo dimentichiamo, in nome della santa guerra al terrorismo islamico. Assad ha ben imparato la lezione degli USA: quando sei in pericolo costruisci un nemico più grande. Così ha fatto. L’ISIS ha salvato Assad. Assad ha bisogno dell’ISIS, per riguadagnare legittimità internazionale. Europa e USA hanno bisogno di Assad per salvarci dalla minaccia del terrorismo internazionale.

E articoli come quelli che escono sulla stampa nostrana, compreso il vostro cari Wu Ming, non fanno che semplificare una questione che diventa sempre più complicata, e fanno perdere di vista il fatto che il popolo siriano, nella sua ricchezza e diversità etnica e religiosa -e non solo i curdi del PKK che ci piacciono perchè sono “laici e femministi e socialisti libertari” -sta soffrendo e prova a combattere una doppia mostruosità, quella dell’ISIS e del regime che l’ha creato.