L’ideologia ai tempi del califfato

L’ultima dal “califfato” l’abbiamo sentita qualche giorno fa: distruggere le antenne satellitari che sarebbero colpevoli di portare la propaganda nemica sul territorio controllato dal cosidetto “Stato Islamico” (ISIS, Daesh).

Da Raqqa e da altre “wilayat” (le province del califfato) sono arrivati video come questo, che ricordano un pò i vecchi atti luddisti, la rage against the machine. Molto anni ’80 come estetica, e spiazzante rispetto a tutta la produzione “cutting edge” e glamour di Daesh, i corti ben inquadrati e montati con sapienza hollywoodiana, i documentari come “La dolce vita”, i video selfie come i Mujatweet.

 

Ma intanto l’ultima “moda” in casa Daesh é usare i bambini…ne parlo qui sotto ma per scelta ho deciso di non linkare i video…

 

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Vi arrogate il diritto di massacrarci nel nome dei vostri beni materiali, delle vostre vite…nel nome delle vostre cosiddette preziose libertà”: canta il ritornello ossessivo, martellante, in francese, mentre lo schermo snocciola immagini di edifici sventrati, corpi massacrati, distruzione ovunque. Uno scenario che ricorda la Siria di oggi, dove ha il coraggio di aggirarsi solitario soltanto un bambino minuto, vestito in abiti militari. Cammina a testa alta fra le macerie e urla con rabbia il suo canto: “le vostre leggi permettono i danni collaterali..i vostri soldati ammazzano i nostri bambini e voi li chiamate eroi… State attenti, siamo pronti a tagliarvi la gola…i nostri guerrieri sono ovunque, pronti a sacrificarsi”.

E’ l’ultimo video messaggio di terrore che arriva da al Hayat media, il braccio audiovisivo dell’Isis, che stavolta parla per bocca dei bambini. Un intero esercito che si allena, in tenuta militare, armato di fucili, mentre canta la sua rabbia: in francese. Non è insolito, ultimamente, ascoltare questa lingua urlata a squarciagola, inneggiante parole di odio e terrore, nei video di propaganda del califfato; e anche i protagonisti francofoni, combattenti provenienti da Francia o Belgio, sembrano essersi moltiplicati -elemento forse direttamente collegato agli ultimi attentati di Parigi e Bruxelles-. Ma quello che più rapisce e terrorizza lo sguardo di chi osserva queste immagini traboccanti odio e furia battagliera è piuttosto l’ondata di piccoli combattenti apparsi negli ultimi video del califfato.

Qualche settimana fa, un altro video virale dal titolo emblematico di “La generazione delle battaglie epiche”, mostrava un esercito di piccoli asiatici che si sottopongono al training militare e giurano vendetta contro Indonesia, Malesia, Thailandia, Singapore. Tutti poco meno che adolescenti, tutti con lo sguardo dritto verso un futuro di sangue e terrore. Almeno dal nostro punto di vista. Perché quello che emerge da questi video, e da tanta altra produzione di propaganda firmata Isis, è anche qualcos’altro, qualcosa che i nostri occhi -raccapricciati e ossessionati dai pixel delle decapitazioni-

non hanno finora percepito.

Ci sono cameratismo, pacche sulle spalle, risate attorno al fuoco, mangiare insieme e cantare; e poi sì, anche fare alla guerra, ammazzare, terrorizzare. In nome di un sogno: il loro sogno. Il cosidetto “Stato Islamico” sta appunto costruendo uno stato. Uno stato che si appoggia su una visione del futuro. Uno dei libri guida dell’Isis -tradotto anche in inglese, oltre dieci anni fa, e passato poi clamorosamente inosservato dalle nostre intelligence e dai nostri analisti- la chiama “la gestione della barbarie”: uno stato di caos e terrore attraverso il quale è obbligatorio passare per arrivare all’instaurazione del califfato globale. Una condizione che deve essere esportata ovunque, soprattutto in quell’Occidente che finora ha vissuto nell’illusione della pace e della stabilità, del confort materiale e del progresso, ma che oggi è piombato nelle ristrettezze dell’austerity, della crisi economica, del rischio ambientale, della minaccia terroristica. Quello a cui si rivolge l’Isis è un Occidente che ha perso il suo welfare, il suo capitale economico e sociale, sotto le cui macerie seppellisce a poco a poco anche i suoi valori democratici. Un Occidente che ha perso fiducia nelle sue magnifiche sorti e progressive.

A queste democrazie occidentali in crisi, che in campagna elettorale promettono protezione dai rischi che il futuro di instabilità globale prospetta ai suoi cittadini, il califfato contrappone un welfare aggiornato ai tempi dell’austerity. Del tradizionale stato sociale che l’Europa ha abbandonato in nome di un feroce neoliberismo e di una cieca, quasi magica, fiducia nel mercato, l’Isis mantiene la sanità, l’educazione, la protezione dei più deboli. I media del califfato hanno inondato Internet di documentari in cui si vedono ospedali puliti ed efficienti, zero code, reparti nuovi di zecca, medici che parlano con accenti australiani, canadesi; scuole dove allievi sorridenti imparano informatica e guerra; mercati a prezzi calmierati, con merci tonde e colorate, cibi sottoposti a controllo qualità accessibili alle masse. Anche il biologico ormai non è più roba da elites urbane, colte e radical chic, ma a portata delle masse: la video propaganda Isis è green e suggerisce che la vita a contatto con la natura nel califfato è di per sé garanzia di cibo sano e nutriente, a chilometro zero.

Gli occhi occidentali, i pochi che si fermano a guardare questi video, li bollano come propaganda photoshoppata, abbagli digitali: ma ti pare che a Raqqa pensino al welfare mentre ci sono aerei russi pronti a sganciare bombe?! Sarà anche l’ennesima trovata di propaganda, ma in questa video produzione c’è qualcosa di molto serio che il nostro cinismo occidentale rifiuta di ammettere: il sogno. Il sogno che quest’organizzazione di terrore vende ai suoi potenziali futuri cittadini: una forma partecipata di costruzione di uno stato, una forma aperta, orizzontale, virale. Uno stato 2.0, che non a caso si serve dei meccanismi partecipativi del web per realizzarsi. Tutti possono contribuire all’immaginario in divenire dello “stato islamico”: uno stato per sua natura orizzontale, transnazionale, che fa appello alla ummah, alla comunità dei fedeli musulmani. Uno stato a cui idealmente partecipano cittadini di altri paesi, francesi, belgi, tedeschi, norvegesi, frustrati ed emarginati dai loro stati-nazione, alla ricerca dell’abbraccio globale della ummah islamica.

L’intellettuale francese Alain Bertho, esperto di banlieues e di movimenti radicali, individua in questa capacità di rispondere alla “crisi del noi” provocata dalla globalizzazione la grande forza di Isis: esaltare le singolarità, anche attraverso il web partecipato e virale, e poi rimetterle insieme in una collettività. Che ci piaccia o no, il califfato offre solidarietà, cameratismo; e una prospettiva di futuro che è fondata sì sul rischio, ma inteso come opportunità di costruire un avvenire diverso, non come paura dell’ignoto. Scott Atran, provocatoriamente, la chiama “rivoluzione”, mentre Isis sarebbe un vero e proprio “movimento controculturale”, capace di affascinare i giovani offrendo loro una prospettiva di gloria e di riconoscimento da parte dei loro pari. L’Isis capitalizzerebbe sulla ribellione giovanile, sulla voglia di sognare, sulla propensione a rischiare, a sacrificarsi per degli ideali.

Prima di sminuire questi giovani che cantano a squarciagola la loro rabbia, che si danno pacche sulle spalle, che si accucciano ridendo davanti ai fuochi notturni e un momento dopo partono feroci ad uccidere ed uccidersi, pensiamo alle parole di George Orwell a proposito del Mein Kampf di Hitler: “quasi tutto il pensiero occidentale (…) ha presupposto tacitamente che gli esseri umani non desiderino nient’altro che vada al di là dell’agiatezza, la sicurezza e l’evitare il dolore….Hitler (…) sa che gli esseri umani non vogliono solo i conforti, la sicurezza, una giornata lavorativa breve, igiene, controllo delle nascite e, più in generale, buon senso; vogliono anche, almeno a intermittenza, lottare e abnegarsi”.

Quella che ci sembra una follia, se diventa collettiva, si chiama piuttosto ideologia.

Syrian parody on Daesh

Syrian activists and filmakers Youssef Helali, Maen Watfe and Muhammad Damlakhy have just released “Daya al Taseh”, a series of sketches lampooning Daesh (ISIS).

Check this out, and think of these brave guys when you say “I am Charlie”. There are so many “Charlies” in the Arab world going unnoticed (luckily the WSJ has noticed them and reported about their work here).

 

 

 

La parodia dell’ISIS firmata Iraq

Riposto qui la mia ultima analisi (almeno per quest’anno) della copertura mediatica in lingua araba del fenomeno ISIS (Da’ash in arabo) che ho curato in questi ultimi mesi, con il prezioso aiuto di Qais Fares, per Arab Media Report.

I capitoli precedenti hanno trattato i media siriani, quelli panarabi, e quelli libanesi, sempre in relazione all’argomento ISIS.

E forse il più sorprendente è proprio questo capitolo iracheno, per il modo in cui un paese che è afflitto da anni dalla piaga del terrorismo (e dell’occupazione militare) reagisce ad organizzazioni come Da’ash: provando a prenderle in giro.

La parodia dell’Isil in onda su Al-Iraqiyya

La scena si apre con Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato “califfo” di Isil ( Da’ash nel suo acronimo arabo), che calorosamente saluta i “miscredenti” (kuffar). Un giovane che indossa una t-shirt con lo stemma della bandiera inglese gli si avvicina e timidamente osserva: “signore, ci sono alcuni mezzi di comunicazione che criticano il suo stato dicendo che voi non concedete libertà ai cittadini”. “E chi lo dice?”, risponde il califfo in un marcato dialetto iracheno. Poi incalza, ridendo: “Noi siamo lo stato al mondo che permette maggiore libertà e maggiore democrazia ai suoi cittadini! E se non ci credi, vai a vedere con i tuoi occhi come muoiono e come si fanno saltare in aria liberamente!”. “E che mi dici del resto della popolazione?”, ha il coraggio di chiedere il giovane. Così il califfo si convince che è arrivato il momento di fare un restyling all’immagine internazionale di Da’ash. “Chiamiamo i media amici”, ordina ai suoi fedeli, e immediatamente veniamo catapultati dentro un programma televisivo il cui nome fa il verso a “Controcorrente”, lo show di punta di Al-Jazeera che mette a confronto due opinioni diametralmente opposte. Ma qui più che di un confronto ad armi pari si tratta di un trattamento di favore per il rappresentante del califfo che, al termine della puntata, finisce per impugnare la sciabola e trascinare il suo avversario fuori dallo studio televisivo per quella che si indovina essere un’esecuzione.

Con questa doppia parodia dell’Isil e di Al-Jazeera – considerata da molti un modo per sostenere l’organizzazione jihadista – si chiude la venticinquesima puntata della serie tv Dawlat al-khurafa (Lo stato fittizio) prodotta dalla televisione di stato irachena Al-Iraqiyya. Un budget di oltre 6000 mila dollari (cifra record per una serie televisiva irachena), il programma a episodi (musalsal, in arabo) affronta con ironia il tema dell’autoproclamato “stato islamico”: argomento che tocca da molto vicino la popolazione irachena, dopo che l’organizzazione è arrivata quasi alle porte di Baghdad e controlla tuttora una fetta strategica del territorio del paese, compresa la città di Mosul. “Dobbiamo fargli vedere che non abbiamo paura”, ha dichiarato Ali al-Qassem, il regista di Dawlat al-khurafa.

 

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Non è la prima volta che l’industria televisiva irachena, in particolare quella di fiction, affronta argomenti delicati – e rischiosi per l’incolumità di chi ne parla pubblicamente – come quello dell’autoproclamato califfato islamico. Dopo l’invasione statunitense del 2003, e il caos generale in cui è precipitato il paese, registi, attori e scrittori televisivi hanno approfittato dei più ampi margini di libertà espressiva per raccontare pubblicamente temi come l’estremismo islamico, la crescente minaccia del settarismo, la presenza militare occidentale sul territorio iracheno e le violazioni di diritti umani perpetrate dagli alleati nei confronti della popolazione civile. La seconda metà degli anni 2000 è stata un fiorire di serie televisive che affrontavano con coraggio questi argomenti: una per tutte, Fobia Baghdad (2007), il racconto allucinante di una classe media irachena che perde il suo peso politico e culturale, e che si estingue nella violenza quotidiana di intimidazioni, rapimenti, assassini.

Questa volta il salto è evidente: il “califfo” appare nelle sembianze reali di Al-Baghadi, note al mondo intero dal giorno del suo sermone pubblico a Mosul. Le bandiere nere sono quelle dell’Isil; la situazione, seppure raccontata in chiave ironica, è quella assolutamente realistica di un villaggio iracheno che deve vivere forzatamente dentro un “califfato” dove tutto è proibito e ogni cosa è violenza. Persino una partita di calcio. Nella puntata ventisei vediamo i seguaci di Al-Baghdadi convincere il califfo della necessità di ospitare la coppa del mondo dentro il califfato. E così seguiamo una squadra di giocatori di fama mondiale (ci sono anche Del Piero e Messi) mentre sbarca dentro lo “stato fittizio” e comincia a giocare contro i dawa’ash (membri di Da’ash), vestiti di nero integrale, con barbe lunghe e sciabole a portata di mano. Naturalmente la vittoria, a colpi di lame e minacce, va alla squadra del califfo, mentre un Cesare Maldini “arabo” commenta amareggiato: “così i terroristi vincono anche sul campo di calcio, usando la violenza”.

Insomma, Dawlat al-khurafa è una serie tv coraggiosa che usa strumenti come ironia e satira feroce di fronte a situazioni che non sono affatto lontane dal quotidiano degli iracheni, anzi costituiscono ormai una minaccia reale ad un paese già devastato da anni di guerra e caos. Certo criticare Da’ash con ogni mezzo, e cercare di alienargli il sostegno che pure l’organizzazione pare sia riuscita a raccogliere fra alcune frange tribali sunnite, rientra nella missione della televisione di stato, Al-Iraqiyya, produttrice di Dawlat al-khurafa, che naturalmente deve rappresentare la posizione di “unità nazionale” di fronte alla crisi generata dall’avanzata dell’Isil. Anche gli espliciti riferimenti ad Al-Jazeera in Dawlat al-khurafa, dove una feroce parodia dei suoi programmi suggerisce la collusione della rete qatarina con l’estremismo islamico, va nella direzione di denunciare coloro che lavorano, anche mediaticamente, a minare l’unità nazionale.

Non è un mistero, infatti, che il canale di stanza a Doha sia schierato contro l’ex premier sciita Nouri Al-Maliki e, in generale, contro l’influenza sciita – iraniana – sul governo iracheno. Nella puntata del programma Hadith al-thawra (Conversazione sulla rivoluzione) dello scorso 23 novembre, la presentatrice del famoso show di Al-Jazeera incalzava Harlan Ullman, ex consulente della Difesa Usa, chiedendo spiegazioni del perché l’amministrazione statunitense avesse ignorato le tribù sunnite irachene quando “per oltre due anni si sono sollevate pacificamente, chiedendo di porre fine alle ingiustizie perpetrate dal governo Maliki”. Ullman rispondeva riconoscendo gli errori della strategia Usa: “senza gli sheikh della provincia di Anbar e senza la cooperazione sunnita in generale, sconfiggere ed estirpare lo Stato Islamico risulterebbe molto difficile”. Poi ammetteva come l’amministrazione di Barack Obama avesse sottovalutato il pericolo Isil all’epoca del ritiro delle truppe Usa dall’Iraq, e precisava come il governo Maliki avesse commesso “errori molto gravi che devono essere ora superati”.

Maliki e il suo mandante iraniano non sono mai stati ben visti da Al-Jazeera che, sulla questione irachena, si è da sempre fatta portavoce dell’asse “sunnita” appoggiato dal Qatar. L’ossessione della formazione di una cordata Washington-Tehran che si consolidi nella comune battaglia contro Isil è presente trasversalmente nei palinsesti di Al-Jazeera: uno spinoso argomento che viene spesso dibattuto nei talk show della rete, riflettendo la paura di Qatar (e Arabia Saudita) di perdere l’egemonia sul Golfo arabo, nonché i favori dell’alleato Usa. Nella puntata del programma Fil ‘umq (In profondità) trasmessa lo scorso 15 settembre con il titolo esplicito “L’alleanza segreta fra Washington e Tehran contro lo Stato Islamico” (come già sottolineato in una nostra precedente analisi, Al-Jazeera si riferisce a Isil usando l’espressione “l’organizzazione (nota come) stato”, spesso omettendo anche l’aggettivo “islamico”), il giornalista saudita Ali al-Dhufairi accusava l’Iran non solo di intromettersi negli affari della Siria, sostenendo militarmente il regime di Bashar al-Asad, ma anche di interferire pesantemente con il governo iracheno. D’altra parte non mancavano le polemiche contro gli Stati Uniti, colpevoli di fare da apripista all’ingerenza iraniana nella regione con la scusa di combattere “quella che viene vista come un’organizzazione terroristica”, Isil.

Oltre alla spiccata componente anti-iraniana, un altro elemento che emerge nell’analisi dei programmi di Al-Jazeera sul tema Iraq e Isil è una sorta di tacita giustificazione – proprio alla luce dell’ingerenza iraniana a sostegno delle milizie sciite nel paese – nei confronti di quella parte sunnita della popolazione irachena che avrebbe scelto di unirsi a Da’ash o, comunque, di non ostacolarne l’avanzata. Nell’episodio di Ma wara’ al-khabar (Cosa c’è dietro la notizia) dello scorso 27 novembre intitolata “Segnali di progresso dell’organizzazione (nota come) “stato” a Kirkuk e Ramadi”, veniva sottolineato come le aree marcatamente sunnite di queste province avrebbero cominciato a sostenere Isil anche nella sua conquista di territorio. Sfortunatamente, sottolineava uno degli ospiti del programma, Da’ash sarebbe diventato un modello per i sunniti, nella mancanza più totale di orientamento su quale soggetto sia più adatto a rappresentare i sunniti iracheni. Un altro ospite sottolineava come i sunniti di queste province fossero stati massacrati dalle milizie sciite che avrebbero distrutto anche i loro luoghi di culto, facendo divampare il già mal sopito odio settario; mentre i peshmerga sarebbero stati più clementi, pur non avendo anch’essi compreso a pieno la situazione. Ciò avrebbe generato terreno fertile per l’avanzata dell’Isil nell’area, sostenuta tacitamente – anche se non militarmente – dalle tribù sunnite che avrebbero trovato “chi combatte per conto loro”.

Una pericolosa situazione di crescente odio settario che si registrava già nell’estate scorsa, quando una delle guide dell’Islam sunnita, l’egiziano Youssef Qaradawi (ex volto del programma di Al-Jazeera, Sharia wal hayat, Sharia e vita, ora condannato dall’Egitto ) da anni in esilio in Qatar, avrebbe detto apertamente in un tweet del 23 giugno: “I sunniti vengono oppressi particolarmente in #Iraq e #Da’ash non è emerso in un vuoto come alcuni fantasticano”. Dall’altra parte, proprio per fare fronte al settarismo in risalita, i media iracheni, compresi quelli privati, in generale fanno quadrato attorno all’idea di “unità nazionale”, sostenendo la lotta contro Isil guidata dall’esercito iracheno, l’unica forza legittimata a portare avanti la battaglia per sconfiggere l’organizzazione terroristica. Una posizione, questa, che accomuna sia la televisione privata di matrice liberale Al-Sumaria, che Al-Baghdadia, canale satellitare di stanza al Cairo di proprietà di un imprenditore iracheno sciita, entrambi sostenitrici dell’esercito iracheno come elemento di unità nazionale nella lotta contro Isil.

La spaccatura dell’unità nazionale avverrebbe invece sui territori del pop. Recentemente, in una puntata del talent show di punta dell’intrattenimento panarabo, Arab Idol, trasmesso dal gruppo saudita MBC, è stato eliminato Ammar al-Kufi, il concorrente proveniente dal Kurdistan iracheno. Questa volta la mancanza di sostegno non sarebbe da attribuire alla giuria come era successo l’anno scorso quando uno dei suoi membri, la cantante emiratina Ahlam, si era rifiutata di indicare una delle concorrenti come proveniente dal Kurdistan, sottolineando che sempre di “Iraq” si trattava. Quest’anno la stessa Ahlam, forse per riparare al gesto di cattivo gusto dell’edizione precedente, aveva addirittura duettato con Al-Kufi, a cui era stato concesso di esibirsi in lingua curda in uno degli show panarabi per eccellenza.

L’eliminazione di Al-Kufi dallo show sarebbe questa volta dovuta al mancato supporto dei suoi connazionali iracheni. Un articolo redatto lo scorso novembre dall’agenzia irachena NINA news sottolineava il paradosso che un concorrente iracheno in un così popolare show panarabo non venisse appoggiato apertamente dai suoi connazionali, essendo forse proprio la sua identità curda l’elemento discriminante.

In un pericoloso momento in cui all’interno del paese incalza la guerra settaria – della quale Isil approfitta per rafforzarsi facendo leva sul tacito appoggio di una parte delle tribù sunnite – persino la musica pop non è territorio innocente e si trasforma nel campo di battaglia di nazionalismi e settarismi.

 

Da’ash (ISIS) visto dai media siriani

Dallo scorso 4 Novembre abbiamo cominciato, insieme ad Arab Media Report, e con la preziosa collaborazione di Qais Fares, un monitoraggio dei media arabi rispetto alla questione ISIS altrimenti detto Da’ash con il suo acronimo arabo (che userò d’ora in avanti). Dalle nostre conversazioni è nata l’esigenza, che speriamo venga apprezzata dai giornalisti e dai media nostrani, di mostrare un altro sguardo sulla questione Da’ash, oltre a quello che leggiamo sulla stampa di lingua inglese (e sulla nostra).

Come parlano i media arabi di Da’ash? Per chi non conosce la complessità del sistema mediatico arabo, questa sembrerà forse una domanda banale, o una semplice questione di tradurre articoli e programmi televisivi dall’arabo.

Ma con un panorama di oltre 600 canali televisivi satellitari, ognuno di essi espressione di un potere (di stato o di corporation; più spesso di entrambi), e complessissime dinamiche di geopolitica dei media, la risposta di come la stampa e la televisione della Regione vedono Da’ash merita approfondimenti e contestualizzazione.

Da qui la proposta di Arab Media Report, di esaminare quanto più è possibile, in profondità, e nel loro contesto geopolitico, le posizioni dei vari media outlets di lingua araba.

La prima puntata, uscita il 4 Novembre, riflette sulla rappresentazione di Da’ash nei media siriani. Abbiamo fatto una selezione di stampa e TV, con un occhio puntato sull’intrattenimento (in questo caso le acclamate musalsalat siriane, le soap opera da sempre impegnate a dare un punto di vista  sull’attualità politica). Una selezione non certo esaustiva ma che si spera, in futuro, possa espandersi, nell’auspicio di una collaborazione con media e organizzazioni del nostro paese interessate a capire meglio la questione del terrorismo internazionale affrontata dai diversi punti di vista presenti nel mondo arabo.

Prossimamente parleremo di Da’ash visto da Libano, Iraq, e dai media panarabi come Al Jazeera e Al Arabiya. Buona lettura!

I Media siriani raccontano Da’ash: “un nido di vespe occidentali”

L’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil, meglio noto in Medio Oriente con il suo acronimo arabo Da’ash, invaderà presto il mondo della fiction panaraba. Ad annunciarlo è il regista siriano Najdat Anzour, noto per lavori come Nihayat rajul shuja (La fine di un uomo coraggioso) che hanno rivoluzionato il linguaggio delle fiction televisive arabe nella metà degli anni ‘90. Non è la prima volta che Anzour affronta temi come il terrorismo jihadista nei suoi lavori televisivi. Nel 2005 aveva firmato Al-hurr al ayn, (Le vergini del paradiso) su un attentato ad un compound in Arabia Saudita dove trovarono la morte diverse famiglie arabe; mentre l’anno successivo produceva la serie televisiva Al-mariquona (I rinnegati) che si interrogava sull’origine dell’estremismo religioso e del terrorismo di matrice jihadista in diversi paesi arabi, dal Libano all’Iraq.

Anzour sta ora lavorando a un film prodotto dall’agenzia governativa siriana per il cinema e la televisione, con un sostanzioso budget di 400 milioni di lire siriane, che si concentrerà suDa’ash, l’organizzazione terroristica più temuta e dibattuta al momento in Medio Oriente come in Occidente. Dalle dichiarazioni rilasciate da Anzour rispetto a Thousand days in Syria, un suo precedente lavoro che il regista starebbe ultimando con la promessa di raccontare la “realtà” degli eventi di questi ultimi anni in Siria, sembra evidente che il suo nuovo film, in uscita nel 2015, inquadrerà il jihadismo contemporaneo di Da’ash nell’ottica dell’ennesimo complotto israelo-americano mirato a destabilizzare il paese.

Questo sembra confermare una tendenza già esplorata nella monografia di Arab Media Report su La fiction siriana. Mercato e politica della televisione nell’era degli Asad, per cui lemusalsalat, serie televisive siriane, hanno il compito di trasportare nella narrazione del Ramadan argomenti di attualità sui quali il paese è chiamato a sviluppare un certo tipo di immaginario e sentire collettivo. La tendenza ufficiale dei media siriani, confermata anche attraverso opere fiction di qualità realizzate da questa élite di produttori culturali di talento, rispetto al jihadismo contemporaneo di Da’ash, è di leggerlo come l’ennesimo virus post-coloniale diffuso allo scopo di assoggettare paesi sovrani come la Siria alla volontà di Israele e Stati Uniti. Questa narrativa, che già per tradizione legge ogni fenomeno di destabilizzazione del regime siriano in termini di cospirazione israelo-statunitense, oggi si arricchisce di una serie di sfumature: nuove minacce perpetrate da Turchia e paesi del Golfo, accusati di finanziare l’organizzazione terroristica con l’obiettivo di rovesciare Bashar al-Asad.

Un esempio lampante di questa lettura viene offerto dal quotidiano governativo Tishreen. In un articolo pubblicato lo scorso 19 ottobre dal titolo La… laysa hada huwa al-hal (No, non è questa la soluzione) la caporedattrice del giornale, Raghda Mardini, si interroga sulle conseguenze della politica statunitense nella regione araba. In un atteggiamento tipico dei media governativi siriani, l’editoriale accusa “i mercenari di Washington” di aver ideato -una volta spinta la formazione di un’opposizione politica o, meglio, di “coloro che vengono chiamati dissidenti siriani moderati”- l’ennesimo pretesto per minacciare la sovranità territoriale siriana, con lo scopo di proteggere Israele, e l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita.

Tishreen mette insieme, in un unico grande calderone politico, l’America neocoloniale, il Golfo, la Turchia, e il Mossad israeliano, accomunati nello scopo di plasmare un’organizzazione terroristica come Da’ash per riconquistare il controllo strategico sulla regione araba ridisegnandone i confini, e allo stesso tempo salvaguardare la sicurezza di Israele. Ciò farebbe parte, secondo Mardini, di una strategia, concordata dai servizi segreti statunitensi e britannici in collaborazione con quelli “sionisti”, che va sotto il nome di “strategia del nido di vespe”, e che avrebbe lo scopo di dare vita ad un’organizzazione terroristica capace di reclutare volontari in tutto il mondo per garantire, fra le altre cose, la “protezione” di Israele. Per sostenere questa tesi cospirativa, l’autrice afferma che l’esistenza del “nido di vespe” sarebbe stata provata da un leak di documenti provenienti direttamente dall’agenzia di sicurezza nazionale Usa; una tesi presente in diversi media pro-Asad, in particolare siti web e agenzie informative online, che indicano Edward Snowden come fonte delle rivelazioni sulla collaborazione fra Mossad e servizi segreti anglo-americani. La conclusione di Mardini è, dunque, che la coalizione internazionale anti-Isil nasconda altre agende strategiche dietro la scusa di sradicare un’organizzazione in realtà creata dagli stessi poteri ufficialmente schierati contro di essa.

Allo stesso tempo, i media siriani devono tenere conto, nella loro narrazione degli eventi legati a Da’ash, dell’ambiguità della posizione ufficiale della Siria. Se infatti, da una parte, il governo – e i media di sua proprietà, come Tishreen – ritraggono Da’ash come il frutto di una nuova cospirazione mirata a destabilizzare il paese e a proteggere Israele; dall’altra Al-Asad ha bisogno della minaccia terroristica per sostenere la narrativa ufficiale adottata sin dall’inizio delle proteste anti-regime, nel marzo 2011. In quest’ottica, che vede l’esercito siriano impegnato a combattere cellule terroristiche attive sul territorio nazionale, il ministro degli esteri Walid al-Moallem, in una conferenza stampa tenuta lo scorso 25 agosto, aveva teso la mano a un’eventuale coalizione internazionale anti-Da’ash, a patto che venisse attuata con il coordinamento siriano. In seguito al rifiuto di Washington, la posizione del governo siriano è rimasta ambigua.

Negli articoli del quotidiano Al-Watan questo atteggiamento contraddittorio diventa evidente.Al-Watan appartiene nominalmente alla stampa privata; di fatto, è controllato dal gruppo di proprietà del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhlouf, uno degli imprenditori più potenti del paese (formalmente ritiratosi dagli affari nel 2011 in seguito alle proteste di piazza). Studiando la copertura del fenomeno Da’ash, non è raro imbattersi in una doppia lettura che riflette perfettamente l’ambigua posizione del governo siriano. L’edizione dello scorso 23 settembre, per esempio, accomuna la lotta anti-terrorismo portata avanti dalla coalizione internazionale anti-Isil a quella del governo; come se quest’ultima fosse ulteriormente legittimata dal fatto che la minaccia terroristica è stata ufficialmente riconosciuta, al punto tale da spingere le potenze mondiali ad intervenire in Siria. Il giornale lascia indovinare una sintonia fra Damasco e la coalizione, rivelando che il segretario di stato Usa John Kerry avrebbe contattato Al-Moallem prima di colpire militarmente le postazioni dell’Isil nel paese, azione che la Siria avrebbe salutato favorevolmente. E questo, secondo quanto emerge dalla lettura di Al-Watan, non allo scopo di informarlo soltanto di ciò che stava per accadere; ma con l’obiettivo di stabilire un coordinamento con il governo siriano.

Allo stesso tempo, però, non mancano articoli critici e sulla scia cospirativa, che tendono a ricondurre la nascita e l’ascesa di Da’ash ad un progetto tutto americano mirato a distruggere il Medio Oriente. In un articolo dello scorso 12 ottobre dal titolo “La sorprendente fabbricazione mediatica dell’immagine di Da’ash“ , Sayyah Azzam scrive che il packaging mediatico dell’organizzazione terroristica serve a dare ragion politica, sociale e militare a ciò che viene definito “Islamofobia”, e che già aveva fornito la giustificazione all’occupazione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Irak nel 2003. Secondo il giornalista, la creazione di una certa immagine di Da’ash è funzionale a bloccare l’aspirazione dei popoli arabi ed islamici alla stabilità ed alla sicurezza, e volta a garantire quella di Israele. Così, come nel periodo della guerra fredda l’Unione Sovietica e “la minaccia comunista” erano i bersagli della propaganda mediatica occidentale, oggi lo diventa “la minaccia islamica”. Il quadro ideologico entro il quale l’islamofobia prende forma è composto da opere come quelle di Samuel Huntington e la sua filosofia dello “scontro di civiltà”, o di Francis Fukuyama e la sua “fine della storia”; fino ad arrivare a George W. Bush e al motto: “chi non è con noi è contro di noi”. Azzam affianca a questo aspetto ideologico della strategia occidentale anche un risvolto business: la costruzione mediatica della minaccia islamica attraverso il nuovo nemicoDa’ash andrebbe a tutto vantaggio delle ditte occidentali che si occupano della ricostruzione una volta che i bombardamenti e le strategie militari  lasciano il posto a quelle commerciali. L’articolo conclude sollevando una serie di domande relative alle sorprendenti capacità tecniche, economiche, mediatiche di Da’ash; suggerendo che tutto ciò va a vantaggio di un Occidente il cui scopo è distruggere l’immagine dell’Islam e dei popoli arabi ritranedoli come barbari e incivili, e approfittandone per invadere la regione e riaffermare la sua egemonia geopolitica.

Nelle pagine interne di Al Watan, articoli critici come quello di Azzam sono spesso affiancati da cartoni e illustrazioni satiriche come questa di Fares Gadabet, dove è evidente come il “genio” Da’ash esca direttamente dal cappello dello Zio Tom.

Della Ratta

L’ambiguità del governo siriano leggibile attraverso Al-Watan si trasforma, nel caso della televisione di stato Syria TV, in un incredibile diniego. E’ surreale guardare i programmi diSyria TV, quasi tutti concentrati sulla questione delle “riforme”. Non è un caso assistere a riunioni in diretta del parlamento, o a talk show che dibattono lo stato delle riforme nel paese in settori come l’agricoltura, la sanità, l’istruzione; come se la Siria non si trovasse in uno stato di emergenza e guerra civile. D’altra parte, la normalizzazione della situazione e l’insistenza sulle riforme che il governo avrebbe attuato o starebbe per attuare sono punti della strategia che la presidenza di Bashar al-Asad segue da oltre un decennio. Sin dall’inizio del suo mandato, infatti, il presidente siriano ha insistito sulla necessità di implementare le riforme, sia economiche che politiche, nel paese; d’altra parte, secondo la narrativa ufficiale, questo processo riformista è stato bloccato dalla continua ingerenza occidentale negli affari della Siria e della regione araba. La guerra in Irak del 2003, e gli squilibri che hanno fatto seguito all’occupazione americana dell’area, avrebbero impedito al riformismo di al-Asad di attuarsi, costringendo il governo siriano ad una strategia concentrata sulla difesa militare dalle minacce esterne, piuttosto che sul miglioramento delle condizioni economiche, sociali, e politiche all’interno del paese. Questa narrativa, che ha accompagnato l’intero mandato di Bashar al-Asad, è stata reiterata più volte all’inizio delle manifestazioni del marzo 2011, e continua tuttora.

La televisione di stato è l’arma mediatica per eccellenza di questa strategia. I suoi programmi insistono sulle riforme e sulla volontà del governo di portarle avanti, nonostante la minaccia terroristica di Da’ash: che viene letta come frutto della cospirazione occidentale e israeliana volta a destabilizzare il paese e a minarne la sovranità. Insieme all’insistenza sulle riforme, i programmi di Syria TV enfatizzano la storia del paese legata alle conquiste di Hafez al-Asad, il padre dell’attuale presidente. Lo scorso 16 ottobre, in occasione della celebrazione del giorno delle forze armate aeree, la televisione di stato ha mandato in onda un discorso di Hafez al-Asad al popolo siriano datato 6 ottobre 1973, il giorno dell’inizio della guerra dello Yom Kippur: il conflitto che per il mondo arabo ha segnato la rivincita contro Israele dopo la clamorosa sconfitta della guerra dei sei giorni, 1967. Simbolicamente, rimandare in onda quel discorso proprio nei giorni in cui l’esercito siriano subiva sconfitte nell’aree di Raqqa ad opera di Da’ash, signifca ribadire che il governo siriano è forte e la vittoria è vicina. Il tutto, sotto la leadership di Asad -il “leader immortale” (al qa’ed al khalid, uno degli appellativi con cui è noto Hafez al-Asad)- che continua ai nostri giorni e deve proseguire nel futuro.

Ma i tempi sono cambiati, anche per la Siria degli al-Asad. E altre figure di leader si affiancano oggi, mediaticamente, ad Hafez e Bashar. Non è raro imbattersi in programmi della televisione di stato come quello del 10 ottobre scorso, sulla vita e le imprese di Mao Zedong: segno del ruolo fondamentale, strategico sia dal punto di vista militare che da quello economico, che la Cina gioca oggi nel determinare il futuro e la sopravvivenza della Siria degli al-Asad.

Immagine nell’articolo: vignetta del 16 ottobre 2014 di Fares Garabet, giornale Al-Watan (Siria) 

Ha collaborato Qais Fares

ISIL (ISIS/IS/Daesh) and western media: accidental allies?

Here below my latest opinion piece for Al Jazeera English. As for the name issue (well, Al Jazeera has a policy which is to call it ISIL), I’ve drafted my thoughts here on this blog.

ISIL and western media: Accidental allies?

ISIL’s alleged influence on social networking sites might be the result of western hype.

Last updated: 25 Sep 2014 09:02
Hardly a day goes by without reading articles on how smart and tech-savvy – yet barbarian – the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) is. Typing the word “ISIL” alongside “social media”, “internet” or “media strategy” into a search engine reveals the gloomy yet fascinating world of those online jihadists who seem to be savvy enough to master, together with Kalashnikovs and knives, the modern language of the participatory Web 2.0.

Countless articles have thoroughly dissected last June’s #AllEyesonISIS Twitter campaign, launched to prove the groups’ alleged grassroots online support. Media professionals have emphasised these jihadists’ sophisticated knowledge of contemporary social networking sites, which became clear when they managed to build an Android app available for public downloading. The same was evident when they quickly migrated from Twitter to Diaspora, an online networking site, once the San Francisco-based organisation decided to shut down several of their accounts.

Western media fills its airtime and webspace with analyses of why the group provokes both repulsion and fascination among a wide audience.

ISIL obsession

The obsession with ISIL and its alleged social media success is more apparent in the West. Listening to Arabic media leads to an unexpected discovery. Quite a different framework, in fact, is employed by Arabic-speaking outlets when dealing with ISIL and its fighters.

While in the Arab media, ISIL is depicted as a western post-colonial creation, in international, English-speaking outlets, the organisation is described as a bunch of tech-savvy barbarians who inspire repulsion but also a sort of fascination for their activities in the cyber world and on the ground.

First of all, parody and irony are common on Facebook and other social networking posts that talk about ISIL. This sort of takfiri dark humour, which points to an extremist doctrine of casting others as apostates, is widely documented in Arab media, while almost ignored by its western counterpart.

A few weeks ago, a well-known satirical Palestinian TV series, “Watan ala watar” (Country on a string), came to the attention of international media forpoking fun at ISIL.

Most likely, this happened because the Middle East Media Research Institute (MEMRI), an organisation cofounded by a former Israeli military intelligence officer and based in Washington DC, had translated the clip into English and distributed it on the internet.

The excerpt shows an ISIL checkpoint where two Arab citizens, a Lebanese and a Jordanian, are stopped and executed by the fighters. Soon after, an Israeli passing by is warmly greeted and allowed to go on. This reflects a common feeling among Arab audiences: ISIL targets Arabs much more than it targets Israel or the western world.

Recently, several young Arab voices on social networking sites protested the obsessive attention given by an outraged international community to thebeheading of James Foley and Steven Sotloff after so few paid attention to ISIL’s beheading of two Lebanese soldiers and a Syrian journalist, Bassam Rayes.

Outrage on social media

Secondly, news features and op-eds produced by Arab media often read the rise of ISIL within a post-colonial framework. Several Arab analysts connect the rise of jihadist networks and sectarian groups to the imposition of borders by the Sykes-Picot agreement in 1916, which they argue resulted in entrenching sectarianism and fragmentation in the region.

Despotic regimes supported by colonial powers in order to maintain the status quo further subjugated citizens in the region through authoritarianism, and an education based on fear and the glorification of the leader’s sole authority. Within this context, civil society did not have any vital space to grow and organise itself in the shape of social movements or parties.

The “Arab Spring” was the first opportunity in decades for the people to reclaim their dignity and move Arab societies forward. However, this spontaneous movement was crushed, partly because former colonial powers had no interest in seeing a post Sykes-Picot Arab world shaped by the Arabs themselves. In an op-ed, which was recently translated into English, a prominent Syrian journalist writes: “Our entire region has been violated by those near and far in order to carry out whatever they want under the pretext of combating terrorism.”

So while in the Arab media, ISIL is depicted as a western post-colonial creation, in international, English-speaking outlets, the organisation is described as a bunch of tech-savvy barbarians who inspire repulsion but also a sort of fascination for their activites in the cyber world and on the ground.

Western hype

However, a recent study on ISIL’s activity on Twitter authored by Shiraz Maher and Joseph Carter has shown that only 50 users accounted for 20 percent of their tweets. This suggests that the organisation’s alleged influence on social networking sites might be the result of a western hype generated by the schizophrenia of our own media system, which is concerned by the threat of terrorism but simultaneously fascinated by a mediated violence that can be easily accessed via every portable device and consumed at home on HD TV screens.

A decade ago, our biggest mediated fear was a man named Osama Bin Laden who used to make his media appearances using a long shot, filmed with a fixed camera, in a simple setting with only a Kalashnikov for his background prop.

More than 10 years have now passed. The long shot has been replaced by fancy fade work, contemporary editing techniques and HD cameras. It seems that ISIL does not need TV channels anymore to spread its violent message.

Today, it has on its side the architecture of the participatory web and the viral circulation of content boosted by social media. And a very special – probably unintentional – ally: western media, drawn in by ISIL’s paradoxically hideous allure.

Donatella Della Ratta is a postdoctoral fellow at the University of Copenhagen focusing her research on the Syrian TV industry. She has authored two monographs on Arab media, and curated chapters on Syrian media and politics in several collective books.

The views expressed in this article are the author’s own and do not necessarily reflect Al Jazeera’s editorial policy.

 

 

 

The name “situation” with IS, ISIS, ISIL, or Da’esh

I hope this is the last post I wrote about ISIS (but I’m afraid it won’t be).

There is an ongoing debate not only about the “thing” but also about the “name of the thing” ISIS, ISIL, IS, or Daesh.

 

Shall we call it ISIS (Islamic State of Iraq and Syria)?

ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant) as Obama calls it?

Or simply IS (Islamic State) as they now want us to call them?

 

The French (who are always very politically correct) have recently agreed that they will refuse to call it “state”, as it is a terrorist organisation. From now on, they will use the Arabic “Daesh”, which is by the way  the Arabic acronym that stands for “Islamic State of Iraq and Sham” (greater Syria, or Levant). In the end, the word “dawla” (state) is still there.

Perhaps as Allison Kaplan Sommers points out in this useful recap, Daesh is probably the name that mostly bothers them, cause it looks like a derogatory moniker.

True, I’ve sometimes heard my Syrian friends joking :

“I am with Daesh without the letters D, A” (أنا مع داعش بدون د ا)

The joke is not easy to make into English, but the word “Daesh” without the letters “D” and “A” becomes عش , “nest”.

We can speculate about what “I am with the nest” might mean, but I think you can figure it out, and that’s maybe why “Daesh” people are so bothered.

 

Yet, I am afraid that, as Shakespeare wrote in “Romeo and Juliet”:

 

“What’s in a name? that which we call a rose
 By any other name would smell as sweet”.

 

I’m afraid that we’re not talking about anything as sweet as a rose.

Whatever we call it, in the end ISIS/ISIL/IS/Daesh will still smell the same:

 

BAD.

 

Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico

Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza scandiva parole in arabo classico, la lingua del Corano, ma anche della letteratura, della poesia, e dei notiziari televisivi nel mondo arabo. Bin Laden terrorizzava l’Occidente intero ma lo costringeva a tradurre, ad avvicinarci “noi” a “loro”, per comprenderne la minaccia, il perché di tanto odio, il perché di quel kalashnikov sul fondo dello schermo.

Sono passati oltre dieci anni, e tante guerre: Afghanistan, Irak, per nominare solo quelle direttamente collegate alle apparizioni televisive di Bin Laden. Il disperato nostro tentativo di spegnere quell’immagine minacciosa nel sangue: sparare a caso nei posti del terrore per stanare l’immagine e cancellarla.

Poi, dieci anni dopo, sono arrivate le primavere arabe. L’occasione storica offerta al mondo arabo per riscattarsi dalla sua “barbarie”, per provare che è capace di chiedere dignità e democrazia. L’occasione era talmente ghiotta per noi Occidente che abbiamo trovato una bella espressione pulita, “primavera”, per raccontare una stagione che doveva contenere rinascita, ma non sangue; rivoluzione, ma non violenza. I nostri media si sono uniti nell’abbraccio collettivo alle primavere arabe: rivoluzioni per il consumo digitale, i gelsomini che profumano per tutta la Tunisia, la piazza egiziana di Tahrir che offre la più bella inquadratura televisiva possibile, ventiquattroresuventiquattro accesa su un popolo che fa fuori il suo dittatore in un’atmosfera quasi carnevalesca. Il più grande spettacolo televisivo del secolo. I nostri media impazziti per questi giovani arabi, blogger, attivisti, che impugnano telecamerine e cellulari invece che il kalashnikov del loro antenato delle caverne.

E oggi arriva l’inverno. Siamo delusi, profondamente delusi da un mondo arabo che non ce l’ha fatta. Ha avuto la sua occasione, e l’ha bruciata. Il mondo arabo non è capace di chiedere giustizia, dignità, democrazia. Non è nel suo DNA. C’è qualcosa di marcio ad Oriente.

Così la primavera è finita, i media hanno cambiato i titoli.

I giovani arabi stanchi delle botte prese hanno mollato i cellulari e imbracciato -magari i kalashnikov!- pugnali e spade con cui oggi tagliano gole e teste. E così c’è una nuova minaccia che imperversa sui nostri schermi, tutti i nostri schermi mobili, portatili, piccoli e grandi: si chiama ISIS, ISIL, o semplicemente IS, Stato Islamico.

Non parla più l’idioma incomprensibile e troppo aulico di Bin Laden: si rivolge a noi direttamente nella nostra lingua, l’inglese, addirittura sfumandola nello slang cool delle periferie dove nasce il rap, l’hip hop, la cultura giovanile occidentale “cutting edge”.

Non ha più bisogno di Al Jazeera per far arrivare il suo messaggio. Ha il tesoro prezioso dell’Occidente a sua disposizione, Internet: i centoquaranta caratteri di Twitter, le segnalazioni di stato di Facebook, i “mi piace” di YouTube. Sa costruire apps che butta dentro il calderone di Google Play Store senza che neppure i nerdoni di Silicon Valley se ne accorgano. Monta video del terrore con camere HD, costruisce inquadrature complesse, zoomma e dissolve. Ed è chiaramente a noi che parla: “a message to America”.

Ironia della sorte, i nostri media che all’unisono nel settembre duemilauno chiedevano ad Al Jazeera di spegnere l’immagine di Bin Laden, di sottrarre il microfono a quella voce pacata e minacciosa in nome della sicurezza internazionale, del non istigare ulteriore odio e terrorismo, oggi fanno a gara a parlare dell’ISIS. Non passa un giorno che non si leggano articoli che ossessivamente scandagliano “la strategia mediatica” dello Stato Islamico, la loro scaltrezza techie, la loro familiarità con i “nostri” social media. Fiumi di inchiostro e pagine web e persino reportage video “embedded” con i soldati dell’ISIS – un pò come si faceva in Irak 2003 con le truppe americane -descrivono minuziosamente il loro stile di vita, nei deserti siriani ed iracheni così come online, nei meandri dei social networks dove impazzano di followers.

Tutto si compie nella celebrazione del momento: come sono bravi questi barbari, qui ed ora, a usare questi nostri media qui ed ora. Pochi, troppo pochi si sono chiesti da dove viene lo Stato Islamico, e perché si manifesti e si imponga proprio in questo momento. Le ragioni storiche vengono continuamente sacrificate all’altare dell’instantanea, dell’intervista intelligente in sessantasecondi, dei centoquarantacaratteri, dell’articolo tempo di lettura dueminuti e quarantacinque.

Eppure l’ossessione mediatica per l’ISIS è principalmente ossessione occidentale. Oggi che Al Jazeera esce di scena come megafono necessario di Bin Laden, oggi che il mondo arabo sta veramente cambiando sotto i nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo mentre misuriamo il cambiamento in termini stagionali di primavere ed inverni, oggi anche i media arabi parlano un’altra lingua quando parlano dell’ISIS. Leggere articoli della stampa araba o ascoltare discussioni sui canali panarabi apre lo sguardo su un altro mondo: il binomio ISIS-social media è lontano dalla glorificazione a cui lo sottopone l’Occidente, e lungi dall’essere il solo, ossessivo punto di discussione. L’esistenza dello Stato Islamico ha aperto un dibattito nel mondo arabo (e anche una spaccatura nel mondo sunnita) che si riflette sui media: cosa vuol dire essere musulmano oggi, da dove arriva questa violenza, cosa ne è delle nostre rivoluzioni, come facciamo ad impedire che il terrorismo non sia una nuova scusa fabbricata per sottometterci ancora, un nuovo Sykes-Picot rivisto e aggiornato in versione 2.0.

Ascoltando quello di cui discute il mondo arabo un dubbio emerge: che sia la nostra ossessione a produrre il mostro che ci perseguita. Come se a furia di discutere morbosamente dei talenti multimediali dell’ISIS lo facessimo diventare veramente talentuoso. Legittimamente sale il dubbio se il silenzio stampa che cercavamo di imporre ad Al Jazeera negli anni di Bin Laden non fosse piuttosto la nostra rabbia di non avere noi, sui nostri schermi, il terrorista del momento in diretta esclusiva. Lo Stato Islamico sembra aver colto questa contraddizione in cui ci dibattiamo, e per questo forse non crea problemi se a chiedere di seguire i suoi soldati giorno e notte a Raqqa e dintorni è Vice, la bibbia del glamour lifestyle, che spazia da come si cucina sano e vegano a come si muore barbaramente decapitati per mano di un gruppo sanguinario ma tecnologicamente cool (e nessuno, ahimé, nel nostro civile Occidente si scandalizza se il giornalista decapitato di turno si chiama Bassam Raies, ed è siriano: ma urla vendetta quando lettere a noi familiari riempiono i sottopancia degli schermi di sangue).

E’ come se l’ISIS abbia toccato il punto più debole del nostro Occidente: la morbosità per lo spettacolo violento; ma che sia e rimanga, appunto, spettacolo. Che ci siano migliaia di schermi, piccoli e grandi, camere e YouTube, portatili e HD home video, fra “noi” e “loro”. Il binomio nuova tecnologia e violenza che alle nostre teste occidentali sembra così assurdo, così inaccettabile (“barbari” e “tecnologici” sono due parole che spesso mettiamo insieme nelle nostre analisi); dentro le nostre pance, invece, quelle a cui parlano i media -l’emisfero destro di McLuhan -, fa scattare qualcosa di ancestrale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo scacciato la guerra e la violenza fuori dalle nostre porte di fortezza occidentale. La morbosità per la violenza si è trasferita sugli schermi, si è mediatizzata, il sangue si è sciolto nei pixel dei nostri HD home video, ma è ancora lì in agguato. E ci piace ancora consumarla, esaltarla nel momento stesso in cui ufficialmente la ripudiamo.

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Recupero il bel libro di Don De Lillo, “Mao II”. E’ profetico quando osserva che:

c’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi”. “In Occidente”, dice Bill il romanziere protagonista del libro, “noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare (…). Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi”.

Gli scrittori hanno ceduto il passo ai terroristi, che parlano alle coscienze più dei libri che scriviamo, delle nostre pallide riflessioni intellettuali, dei nostri dibattiti timidi. Invece i terroristi parlano la lingua trionfante della contemporaneità, la lingua veloce degli hashtag e dei “mi piace”. E i nostri media gli offrono schermi e pagine su un piatto d’argento.

Perché di fondo esiste una lingua comune, una lingua che accomuna la nostra ossessiva voglia di consumare violenza e coloro che la violenza la producono.

Nel mezzo, c’è un mondo arabo che il mondo ignora perché non riesce ad entrare nei centoquarantacaratteri e non si riassume in hashtag, non si filma e dissolve in HD, e la sua primavera non è passata attraverso il profumo dei gelsomini digitali ma continua a puzzare di corpi martoriati, carne e sangue di gente che ancora muore -mentre sui nostri media si esaltano l’ISIS e i media- per ragioni che forse non abbiamo mai veramente voluto ascoltare.

Against the odds: Syria’s flourishing mediascape

While everybody talks about ISIS or the Syrian regime there is indeed an effort being made by civil society and media activists to build an infrastructure for media pluralism: against all odds. My latest article for Al Jazeera English, authored with Enrico de Angelis and Yazan Badran, takes a look at Syria’s emerging mediascape.

 

Wael Adel, 30, the manager of Nsaeem Syria radio station, records material in the studio in the northern Syrian city of Aleppo [AFP]
These days the attention of the international public seems to have been captured by the Islamic State’s online propaganda war and its skills in mastering social media campaigns. However, there is another, less trumpeted, media revolution happening  in the Arab region.

Since the Syrian uprising started in March 2011, grassroots media outlets have been flourishing within the country and among the diaspora. In a recent study commissioned by Danish NGO International Media Support, we have counted more than 93 online and broadcast radio stations, printed magazines and online publications, and web-based news agencies. And more are being launched, day by day, inside Syria, and at the initiative of Syrians living in Turkey, Lebanon, France, Germany, Jordan, Egypt, and the Netherlands.

When the uprising broke out  in March 2011, Syria was an information desert.  At the time, Syrian government-owned press and broadcast media held a tight monopoly on the production of information, with only a handful of private actors operating in the media business.

All of these – satellite channel Addounia TV, the al-Watan print newspaper, radio stations such as Madina FM or publishing group Cham Press – were in the hands of entrepreneurs acting as regime proxies, and closely associated to al-Asad’s family by business or kinship.

Names such as Mohammed Hamsho, Rami Makhlouf, Mayzar Nizam Eddine have all been targeted by the uprising as symbols of crony capitalism and corrupted business powers that had left no margins for grassroots media to flourish. Their monopoly has now been broken.

‘Social programming’

Today all sorts of Syrian media outlets target the country offering news, talk shows, music, and a totally new genre which they like to call “social programming”. Mostly popular with radio stations, it deals with everything concerning civil society and daily life in war circumstances or under military rule, whether in regime or opposition-held areas.

Listening Post – The fog of Syria’s media war

The audience calls in and debates issues such as healthcare, children education, and discusses possible solutions to daily life crises, such as power outages, the lack of water and gas, and how to cook food in dire circumstances.

Another type of content focuses on reporting about activists’ daily efforts inside the country to provide humanitarian aid and assistance, rebuild schools, find alternative ways to provide education to the youth. “Balad” (country) and “muwatin” (citizen) are recurrent words within this genre of media content.

Sometimes forums are provided to discuss politics in “street language”, debating concepts such as democracy and the rule of law in Syrian dialect, so as to make it closer to the population. Radio stations seem to be the best tools to convey this content: Interactive and open to the community, alternative FM services are mushrooming inside Syria. Their FM signals cover almost the entire country, including pro-regime strongholds such as Latakia.

In opposition-held areas experiencing a dramatic shortage of electricity, radio services are much more popular than the internet as a way to stay informed. Moreover, their “conversational” nature makes radios the ideal place to try out new formats and involve the audience in the content creation process. Many new outlets, in fact, are currently experimenting with languages and formats that heavily rely on the interaction with the audience.

Also print and online publications are flourishing, both in areas that are under regime control as well as in those managed by all sorts of armed groups. Many of them make use of different languages spoken inside Syria, such as Kurdish, alongside with modern standard Arabic. Several target niche groups such as women, children, religious minorities, the youth. Others focus on providing analyses that rely on the contributions of professional journalists and Syrian intellectuals in order to debate issues such as transitional justice or human rights-related issues.

A wide variety of political views  are represented in these publications, from the staunch anti-Assad’s positions to those who prefer to seek a dialogue with the pro-regimes and focus on building a shared ground for the country’s future.

Challenges ahead    

The dynamic growth of media has its downside. Fragmentation of media outlets, lack of professionalism, unskilled labour, poor transparency over funding and partisanship are the most recurrent problems of Syrian grassroots media.

Some  outlets are loosely associated with opposition political groups, military or religious factions. Many of them, in order to survive, have to rely on funding that comes mostly from abroad, namely the US, France or Germany – countries that have set programmes of non-lethal assistance to the Syrian uprising.

Al Jazeera World – Syria: Wounds of War

Often times this media aid translates into technical assistance and training, delivery of equipment such as FM transmitters for radio stations or printing facilities for news publications. More rarely, the financial support goes into funding specific content or training.

Despite all the challenges that they are facing, these grassroots media have gained much more experience and awareness than they could have hoped for three years ago. In 2011, every Syrian  who had a small camera, a computer and access to the internet would consider himself a “citizen journalist”.

In 2014, almost every Syrian  interviewed for this research study had a critical view of what constitutes “citizen journalism”. Beyond the Western cliche that has romanticised the idea of citizen journalism, Syrian activists now question both words, citizen and journalist. On the one hand, experience has taught them that it was probably too early to talk about citizens’ media in a country where the idea of active citizenship had been used in official rhetoric for decades and yet was never put into practice.

On the other hand, Syrians have been forced by circumstances to learn the basics of newsmaking; yet, now they realise the difference between this “militant” reporting and professional journalism. So they are trying to move to the next step. Pursuing more balanced, less inflammatory content, and focusing on civil society-related issues are part of their attempt to rebuild the country’s social fabric instead of stressing partisanship, whether political or sectarian.

Many of these grassroots media outlets are shaping collective platforms to set common rules and ethical standards, explore alternative business models and find ways to survive financially. Initiatives are starting to emerge among Syrian media outlets to define a shared, non-partisan, non-sectarian language. Activists are asking for more training sessions and workshops to train people as administrative staff, supervisors, and media managers who will be needed to turn these loose media groups into cohesive media organisations.

With increasing awareness of the mistakes that have been made, Syrian activists, once armed with small cameras and producing “militant” content, are now trying to build a more professional environment, and create an infrastructure for independent media to operate in the future.

This process is progressing slowly but surely. It is yet another sign of the existence of a concerned civil society in Syria which is struggling to survive and to maintain a media presence, too. Meanwhile, international media attention  continues to focus on the regime in Damascus or to armed groups, forgetting about a society that is learning day-to-day practices of democracy, against all odds.

Enrico De Angelis is a media researcher at CEDEJ (Egypt-Sudan). He has lived in Cairo since September 2011.

Follow him on Twitter: @anomiamed

Donatella Della Ratta is a PhD fellow at University of Copenhagen focusing her research on the Syrian TV industry.  

Follow her on Twitter: @donatelladr

Yazan Badran is a blogger and media researcher. He is based in Brussels, Belgium.

Follow him on Twitter: @yazanbadran

 

Originally published on Al Jazeera English, 30 August 2014

Riflessioni sparse su ISIS, stampa, e attivismo in Italia

In questi giorni l’ISIS o ISIL o semplicemente IS è tornato alla ribalta della stampa mondiale dopo il video shock dell’uccisione del giornalista americano James Foley. 

Come se prima la “minaccia ISIS” non fosse esistita, o fosse stata miracolosamente sotto controllo (tanto è “circoscritta” alla Siria e all’Irak), ora invece non si sente che parlare di questo, ovunque.

Sono abituata a leggere una stampa italiana facilona, leggera, poco informata e molto ideologica soprattutto quando si parla di Medioriente.

E però oggi quello che mi colpisce di più sono le dichiarazioni del gruppo Wu Ming, riprese da molti attivisti e ribattute sui social network come santa verità. Premesso che rispetto il lavoro di Wu Ming su altri fronti, devo però dire che i loro 30 punti pubblicati su Twitter a proposito dell’ISIS fanno acqua dappertutto.

Innanzitutto per la centralità accordata al PKK e al suo ruolo nel combattere l’ISIS, senza nemmeno fermarsi un attimo a pensare da dove nasce in realtà questa formazione estremista, e cioè innanzitutto dalle radici malate del regime siriano. Purtroppo, cari Wu Ming, se il PKK ha piede libero per combattere l’ISIS è anche perchè al regime siriano il PKK non dispiace, nella misura in cui dà fastidio alla Turchia. La Turchia infatti è oggi nemica giurata di Assad, che ha fatto di tutto in questi ultimi anni per supportare lotte indipendentiste che diano fastidio ai turchi, ergo il PKK è lasciato libero di operare.

Sostenere che il PKK sia la forza principale di resistenza anti-ISIS è un grave errore storico, che non tiene conto di come è iniziata la rivolta in Siria, nè delle forze in campo sia all’interno del regime siriano che in quel ginepraio che si chiama oggi opposizione siriana. E’ grave, però, nonostante il caos oggettivo che si è prodotto all’interno delle fila della resistenza anti-Assad, scrivere che ci sono “altre resistenze all’ISIS, episodi di rivolta e di risposta armata anche da parte di popolazioni arabe sunnite”. Che vuol dire, cari Wu Ming? che i sunniti stanno lì a guardare l’ISIS o a parteggiare per loro, se non qualche sporadica “popolazione” che vi si oppone?

Chi sono, poi, secondo voi, i sunniti? la maggior parte della popolazione della Siria è sunnita. Voi a chi vi riferite? sono tutti con l’ISIS, tranne qualche sporadica “popolazione”? che vuol dire, poi, “popolazione”?

E poi, voi dite che “molti combattenti (del PKK) in prima linea sono donne. Cosa che fa sclerare una forza ultra-misogina come l’IS/ISIS”. Certo, l’ISIS è misogina, non ci sono dubbi. Ma non si può affermare che non ci sono donne a combattere con l’ISIS, anzi, ci sono addirittura battaglioni. Se leggete l’arabo vedete cosa dice la stampa araba in proposito, per esempio qui.

Dire che “il PKK è una forza di massa laica” non basta. Cerchiamo di evitare la pericolosa equivalenza: laici=buoni vs islamici= cattivi. L’ISIS non c’entra con l’Islam, usa l’Islam come scusa, come tanta politica -dappertutto nel mondo, non solo quello arabo- ha da sempre usato la religione come giustificazione di atti efferati.

D’altra parte però il laicismo non è per sua natura sinonimo di bontà, libertà e democrazia. Assad allora dove lo mettiamo? In questi giorni il regime siriano riprende punti in Occidente proprio perchè è “laico”. Ma il regime di Hitler non era laico lo stesso?

Non so perchè il centro del vostro articolo sia il PKK, formazione che non è centrale nell’esistenza (e nemmeno, purtroppo, nella possibile sconfitta) dell’ISIS. L’ISIS è il prodotto di una situazione istigata dal regime siriano fin dall’inizio di una rivolta popolare che era, quella sì, “laica”, ma nel senso che urlava: il popolo siriano è uno. In piazza sono scesi cittadini siriani di tutte le fedi, sunniti, sciiti, alawiti, curdi, cristiani, tutti uniti nella richiesta di diritti civili. Assad e il suo regime “laico” hanno da subito giocato una carta settaria; dopo tre anni di morti, violenze, repressioni, pare che abbia dato i suoi risultati. Dall’altro lato, l’America ha chiuso un occhio su stati del Golfo che, indirettamente tramite donatori privati e vie traverse, finanziavano gruppi armati di estremisti sunniti invece che supportare una resistenza civile siriana che a nessuno, pare, interessava vincesse. Vi consiglio questo articolo che spiega i legami fra l’Arabia Saudita e il jihadismo sunnita, molto ben scritto e informato; e quest’altro, del Guardian, sui legami fra Assad, al-Maliki, e l’emergere dell’ISIS.

Il centro della questione non è il PKK; non sono le donne; non è il laicismo. Il centro della questione è un regime disposto, pur di soffocare una rivolta interna, trasversale alla popolazione, di tutte le appartenenze religiose ed etniche, a soffiare sul fuoco dell’odio settario; a trasformare il tutto in una guerra “sunniti-sciiti”, dove i sunniti sono ormai tutti jihadisti estremisti e gli sciiti – cioè l’Iran, e la stessa Siria della casa alawita di Assad – stanno tornando a fare la parte dei “buoni”.

La profezia del terrorismo islamico che il regime di Assad sbatte in faccia al mondo dalla primavera 2011 (quando in piazza c’era gente con le mani alzate che moriva a grappoli) si è finalmente “auto-avverata”. Oggi non solo il terrorismo islamico è di nuovo una realtà; ma è una realtà che serve a legittimare internazionalmente la Siria di Assad, “laica” e “anti-jihadista”, con cui adesso gli Usa e l’Europa finiranno persino per allearsi per combattere il mostro islamista. Il paradosso è che questo mostro proprio da loro, proprio da noi, è stato generato. E oggi ci interessa soltanto sconfiggerlo, dimenticandoci delle decine di migliaia di attivisti pacifisti messi in galera da Assad, senza processo, che forse mai più usciranno di prigione; dei milioni di sfollati siriani, dentro e fuori la Siria; dei bombardamenti che continuano imperterriti in Siria, in zone dove l’ISIS non c’è (vedi il campo palestinese di Yarmouk), e dove invece l’ISIS c’è, beh vediamo quante volte l’esercito siriano ha veramente provato a bombardarlo. Ci dimentichiamo dell’attacco chimico di soltanto un anno fa, quando il dito del mondo, prima di tutti degli USA, era puntato contro Assad. Ci dimentichiamo delle migliaia di oppositori del regime, alawiti, cristiani, laici, e non solo sunniti, intellettuali, artisti, professori universitari, in esilio in Europa che provano a farci capire con che tipo di regime abbiamo a che fare. Ci dimentichiamo persino di ex-appartenenti al regime, militari e non, cristiani, alawiti, sunniti, che una volta lasciata la Siria hanno raccontato delle torture, delle morti, delle violenze del casato di Assad.

Tutto questo ce lo dimentichiamo, in nome della santa guerra al terrorismo islamico. Assad ha ben imparato la lezione degli USA: quando sei in pericolo costruisci un nemico più grande. Così ha fatto. L’ISIS ha salvato Assad. Assad ha bisogno dell’ISIS, per riguadagnare legittimità internazionale. Europa e USA hanno bisogno di Assad per salvarci dalla minaccia del terrorismo internazionale.

E articoli come quelli che escono sulla stampa nostrana, compreso il vostro cari Wu Ming, non fanno che semplificare una questione che diventa sempre più complicata, e fanno perdere di vista il fatto che il popolo siriano, nella sua ricchezza e diversità etnica e religiosa -e non solo i curdi del PKK che ci piacciono perchè sono “laici e femministi e socialisti libertari” -sta soffrendo e prova a combattere una doppia mostruosità, quella dell’ISIS e del regime che l’ha creato.

Remembering the chemical attack in Ghouta

….one year has passed since a chemical attack was launched on “Ghouta”, in the outskirts of Damascus, the area which was once known as “the green belt”, “the oasis” of Damascus..

A Facebook group called Ghouta-we will never forget you and a number of other initiatives – such as a Global Day of solidarity with Syria and the Twitter campaign under the hashtag #breathingdeath – have been launched.

One year has passed, and people are still dying in Syria, with or without gas, with or without chemical attacks.

In this crazy summer, when the entire Middle East is burning, and Libya, Palestine, Iraq, so Arab many countries seem to be in a status of permanent unrest; when the “fight against terrorism” aka ISIS seems to have taken center stage -with none asking from where this terror has originated and why-, we won’t forget Ghouta.

Ghouta is constantly there to remind all of us that humanity has failed, once again…

 

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Posters from the Facebook group in solidarity with Ghouta

Graffiti from Mouaddamiyeh, Damascus