L’ideologia ai tempi del califfato

L’ultima dal “califfato” l’abbiamo sentita qualche giorno fa: distruggere le antenne satellitari che sarebbero colpevoli di portare la propaganda nemica sul territorio controllato dal cosidetto “Stato Islamico” (ISIS, Daesh).

Da Raqqa e da altre “wilayat” (le province del califfato) sono arrivati video come questo, che ricordano un pò i vecchi atti luddisti, la rage against the machine. Molto anni ’80 come estetica, e spiazzante rispetto a tutta la produzione “cutting edge” e glamour di Daesh, i corti ben inquadrati e montati con sapienza hollywoodiana, i documentari come “La dolce vita”, i video selfie come i Mujatweet.

 

Ma intanto l’ultima “moda” in casa Daesh é usare i bambini…ne parlo qui sotto ma per scelta ho deciso di non linkare i video…

 

……

 

Vi arrogate il diritto di massacrarci nel nome dei vostri beni materiali, delle vostre vite…nel nome delle vostre cosiddette preziose libertà”: canta il ritornello ossessivo, martellante, in francese, mentre lo schermo snocciola immagini di edifici sventrati, corpi massacrati, distruzione ovunque. Uno scenario che ricorda la Siria di oggi, dove ha il coraggio di aggirarsi solitario soltanto un bambino minuto, vestito in abiti militari. Cammina a testa alta fra le macerie e urla con rabbia il suo canto: “le vostre leggi permettono i danni collaterali..i vostri soldati ammazzano i nostri bambini e voi li chiamate eroi… State attenti, siamo pronti a tagliarvi la gola…i nostri guerrieri sono ovunque, pronti a sacrificarsi”.

E’ l’ultimo video messaggio di terrore che arriva da al Hayat media, il braccio audiovisivo dell’Isis, che stavolta parla per bocca dei bambini. Un intero esercito che si allena, in tenuta militare, armato di fucili, mentre canta la sua rabbia: in francese. Non è insolito, ultimamente, ascoltare questa lingua urlata a squarciagola, inneggiante parole di odio e terrore, nei video di propaganda del califfato; e anche i protagonisti francofoni, combattenti provenienti da Francia o Belgio, sembrano essersi moltiplicati -elemento forse direttamente collegato agli ultimi attentati di Parigi e Bruxelles-. Ma quello che più rapisce e terrorizza lo sguardo di chi osserva queste immagini traboccanti odio e furia battagliera è piuttosto l’ondata di piccoli combattenti apparsi negli ultimi video del califfato.

Qualche settimana fa, un altro video virale dal titolo emblematico di “La generazione delle battaglie epiche”, mostrava un esercito di piccoli asiatici che si sottopongono al training militare e giurano vendetta contro Indonesia, Malesia, Thailandia, Singapore. Tutti poco meno che adolescenti, tutti con lo sguardo dritto verso un futuro di sangue e terrore. Almeno dal nostro punto di vista. Perché quello che emerge da questi video, e da tanta altra produzione di propaganda firmata Isis, è anche qualcos’altro, qualcosa che i nostri occhi -raccapricciati e ossessionati dai pixel delle decapitazioni-

non hanno finora percepito.

Ci sono cameratismo, pacche sulle spalle, risate attorno al fuoco, mangiare insieme e cantare; e poi sì, anche fare alla guerra, ammazzare, terrorizzare. In nome di un sogno: il loro sogno. Il cosidetto “Stato Islamico” sta appunto costruendo uno stato. Uno stato che si appoggia su una visione del futuro. Uno dei libri guida dell’Isis -tradotto anche in inglese, oltre dieci anni fa, e passato poi clamorosamente inosservato dalle nostre intelligence e dai nostri analisti- la chiama “la gestione della barbarie”: uno stato di caos e terrore attraverso il quale è obbligatorio passare per arrivare all’instaurazione del califfato globale. Una condizione che deve essere esportata ovunque, soprattutto in quell’Occidente che finora ha vissuto nell’illusione della pace e della stabilità, del confort materiale e del progresso, ma che oggi è piombato nelle ristrettezze dell’austerity, della crisi economica, del rischio ambientale, della minaccia terroristica. Quello a cui si rivolge l’Isis è un Occidente che ha perso il suo welfare, il suo capitale economico e sociale, sotto le cui macerie seppellisce a poco a poco anche i suoi valori democratici. Un Occidente che ha perso fiducia nelle sue magnifiche sorti e progressive.

A queste democrazie occidentali in crisi, che in campagna elettorale promettono protezione dai rischi che il futuro di instabilità globale prospetta ai suoi cittadini, il califfato contrappone un welfare aggiornato ai tempi dell’austerity. Del tradizionale stato sociale che l’Europa ha abbandonato in nome di un feroce neoliberismo e di una cieca, quasi magica, fiducia nel mercato, l’Isis mantiene la sanità, l’educazione, la protezione dei più deboli. I media del califfato hanno inondato Internet di documentari in cui si vedono ospedali puliti ed efficienti, zero code, reparti nuovi di zecca, medici che parlano con accenti australiani, canadesi; scuole dove allievi sorridenti imparano informatica e guerra; mercati a prezzi calmierati, con merci tonde e colorate, cibi sottoposti a controllo qualità accessibili alle masse. Anche il biologico ormai non è più roba da elites urbane, colte e radical chic, ma a portata delle masse: la video propaganda Isis è green e suggerisce che la vita a contatto con la natura nel califfato è di per sé garanzia di cibo sano e nutriente, a chilometro zero.

Gli occhi occidentali, i pochi che si fermano a guardare questi video, li bollano come propaganda photoshoppata, abbagli digitali: ma ti pare che a Raqqa pensino al welfare mentre ci sono aerei russi pronti a sganciare bombe?! Sarà anche l’ennesima trovata di propaganda, ma in questa video produzione c’è qualcosa di molto serio che il nostro cinismo occidentale rifiuta di ammettere: il sogno. Il sogno che quest’organizzazione di terrore vende ai suoi potenziali futuri cittadini: una forma partecipata di costruzione di uno stato, una forma aperta, orizzontale, virale. Uno stato 2.0, che non a caso si serve dei meccanismi partecipativi del web per realizzarsi. Tutti possono contribuire all’immaginario in divenire dello “stato islamico”: uno stato per sua natura orizzontale, transnazionale, che fa appello alla ummah, alla comunità dei fedeli musulmani. Uno stato a cui idealmente partecipano cittadini di altri paesi, francesi, belgi, tedeschi, norvegesi, frustrati ed emarginati dai loro stati-nazione, alla ricerca dell’abbraccio globale della ummah islamica.

L’intellettuale francese Alain Bertho, esperto di banlieues e di movimenti radicali, individua in questa capacità di rispondere alla “crisi del noi” provocata dalla globalizzazione la grande forza di Isis: esaltare le singolarità, anche attraverso il web partecipato e virale, e poi rimetterle insieme in una collettività. Che ci piaccia o no, il califfato offre solidarietà, cameratismo; e una prospettiva di futuro che è fondata sì sul rischio, ma inteso come opportunità di costruire un avvenire diverso, non come paura dell’ignoto. Scott Atran, provocatoriamente, la chiama “rivoluzione”, mentre Isis sarebbe un vero e proprio “movimento controculturale”, capace di affascinare i giovani offrendo loro una prospettiva di gloria e di riconoscimento da parte dei loro pari. L’Isis capitalizzerebbe sulla ribellione giovanile, sulla voglia di sognare, sulla propensione a rischiare, a sacrificarsi per degli ideali.

Prima di sminuire questi giovani che cantano a squarciagola la loro rabbia, che si danno pacche sulle spalle, che si accucciano ridendo davanti ai fuochi notturni e un momento dopo partono feroci ad uccidere ed uccidersi, pensiamo alle parole di George Orwell a proposito del Mein Kampf di Hitler: “quasi tutto il pensiero occidentale (…) ha presupposto tacitamente che gli esseri umani non desiderino nient’altro che vada al di là dell’agiatezza, la sicurezza e l’evitare il dolore….Hitler (…) sa che gli esseri umani non vogliono solo i conforti, la sicurezza, una giornata lavorativa breve, igiene, controllo delle nascite e, più in generale, buon senso; vogliono anche, almeno a intermittenza, lottare e abnegarsi”.

Quella che ci sembra una follia, se diventa collettiva, si chiama piuttosto ideologia.

Advertisements

Da’ash (ISIS) visto dai media siriani

Dallo scorso 4 Novembre abbiamo cominciato, insieme ad Arab Media Report, e con la preziosa collaborazione di Qais Fares, un monitoraggio dei media arabi rispetto alla questione ISIS altrimenti detto Da’ash con il suo acronimo arabo (che userò d’ora in avanti). Dalle nostre conversazioni è nata l’esigenza, che speriamo venga apprezzata dai giornalisti e dai media nostrani, di mostrare un altro sguardo sulla questione Da’ash, oltre a quello che leggiamo sulla stampa di lingua inglese (e sulla nostra).

Come parlano i media arabi di Da’ash? Per chi non conosce la complessità del sistema mediatico arabo, questa sembrerà forse una domanda banale, o una semplice questione di tradurre articoli e programmi televisivi dall’arabo.

Ma con un panorama di oltre 600 canali televisivi satellitari, ognuno di essi espressione di un potere (di stato o di corporation; più spesso di entrambi), e complessissime dinamiche di geopolitica dei media, la risposta di come la stampa e la televisione della Regione vedono Da’ash merita approfondimenti e contestualizzazione.

Da qui la proposta di Arab Media Report, di esaminare quanto più è possibile, in profondità, e nel loro contesto geopolitico, le posizioni dei vari media outlets di lingua araba.

La prima puntata, uscita il 4 Novembre, riflette sulla rappresentazione di Da’ash nei media siriani. Abbiamo fatto una selezione di stampa e TV, con un occhio puntato sull’intrattenimento (in questo caso le acclamate musalsalat siriane, le soap opera da sempre impegnate a dare un punto di vista  sull’attualità politica). Una selezione non certo esaustiva ma che si spera, in futuro, possa espandersi, nell’auspicio di una collaborazione con media e organizzazioni del nostro paese interessate a capire meglio la questione del terrorismo internazionale affrontata dai diversi punti di vista presenti nel mondo arabo.

Prossimamente parleremo di Da’ash visto da Libano, Iraq, e dai media panarabi come Al Jazeera e Al Arabiya. Buona lettura!

I Media siriani raccontano Da’ash: “un nido di vespe occidentali”

L’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil, meglio noto in Medio Oriente con il suo acronimo arabo Da’ash, invaderà presto il mondo della fiction panaraba. Ad annunciarlo è il regista siriano Najdat Anzour, noto per lavori come Nihayat rajul shuja (La fine di un uomo coraggioso) che hanno rivoluzionato il linguaggio delle fiction televisive arabe nella metà degli anni ‘90. Non è la prima volta che Anzour affronta temi come il terrorismo jihadista nei suoi lavori televisivi. Nel 2005 aveva firmato Al-hurr al ayn, (Le vergini del paradiso) su un attentato ad un compound in Arabia Saudita dove trovarono la morte diverse famiglie arabe; mentre l’anno successivo produceva la serie televisiva Al-mariquona (I rinnegati) che si interrogava sull’origine dell’estremismo religioso e del terrorismo di matrice jihadista in diversi paesi arabi, dal Libano all’Iraq.

Anzour sta ora lavorando a un film prodotto dall’agenzia governativa siriana per il cinema e la televisione, con un sostanzioso budget di 400 milioni di lire siriane, che si concentrerà suDa’ash, l’organizzazione terroristica più temuta e dibattuta al momento in Medio Oriente come in Occidente. Dalle dichiarazioni rilasciate da Anzour rispetto a Thousand days in Syria, un suo precedente lavoro che il regista starebbe ultimando con la promessa di raccontare la “realtà” degli eventi di questi ultimi anni in Siria, sembra evidente che il suo nuovo film, in uscita nel 2015, inquadrerà il jihadismo contemporaneo di Da’ash nell’ottica dell’ennesimo complotto israelo-americano mirato a destabilizzare il paese.

Questo sembra confermare una tendenza già esplorata nella monografia di Arab Media Report su La fiction siriana. Mercato e politica della televisione nell’era degli Asad, per cui lemusalsalat, serie televisive siriane, hanno il compito di trasportare nella narrazione del Ramadan argomenti di attualità sui quali il paese è chiamato a sviluppare un certo tipo di immaginario e sentire collettivo. La tendenza ufficiale dei media siriani, confermata anche attraverso opere fiction di qualità realizzate da questa élite di produttori culturali di talento, rispetto al jihadismo contemporaneo di Da’ash, è di leggerlo come l’ennesimo virus post-coloniale diffuso allo scopo di assoggettare paesi sovrani come la Siria alla volontà di Israele e Stati Uniti. Questa narrativa, che già per tradizione legge ogni fenomeno di destabilizzazione del regime siriano in termini di cospirazione israelo-statunitense, oggi si arricchisce di una serie di sfumature: nuove minacce perpetrate da Turchia e paesi del Golfo, accusati di finanziare l’organizzazione terroristica con l’obiettivo di rovesciare Bashar al-Asad.

Un esempio lampante di questa lettura viene offerto dal quotidiano governativo Tishreen. In un articolo pubblicato lo scorso 19 ottobre dal titolo La… laysa hada huwa al-hal (No, non è questa la soluzione) la caporedattrice del giornale, Raghda Mardini, si interroga sulle conseguenze della politica statunitense nella regione araba. In un atteggiamento tipico dei media governativi siriani, l’editoriale accusa “i mercenari di Washington” di aver ideato -una volta spinta la formazione di un’opposizione politica o, meglio, di “coloro che vengono chiamati dissidenti siriani moderati”- l’ennesimo pretesto per minacciare la sovranità territoriale siriana, con lo scopo di proteggere Israele, e l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita.

Tishreen mette insieme, in un unico grande calderone politico, l’America neocoloniale, il Golfo, la Turchia, e il Mossad israeliano, accomunati nello scopo di plasmare un’organizzazione terroristica come Da’ash per riconquistare il controllo strategico sulla regione araba ridisegnandone i confini, e allo stesso tempo salvaguardare la sicurezza di Israele. Ciò farebbe parte, secondo Mardini, di una strategia, concordata dai servizi segreti statunitensi e britannici in collaborazione con quelli “sionisti”, che va sotto il nome di “strategia del nido di vespe”, e che avrebbe lo scopo di dare vita ad un’organizzazione terroristica capace di reclutare volontari in tutto il mondo per garantire, fra le altre cose, la “protezione” di Israele. Per sostenere questa tesi cospirativa, l’autrice afferma che l’esistenza del “nido di vespe” sarebbe stata provata da un leak di documenti provenienti direttamente dall’agenzia di sicurezza nazionale Usa; una tesi presente in diversi media pro-Asad, in particolare siti web e agenzie informative online, che indicano Edward Snowden come fonte delle rivelazioni sulla collaborazione fra Mossad e servizi segreti anglo-americani. La conclusione di Mardini è, dunque, che la coalizione internazionale anti-Isil nasconda altre agende strategiche dietro la scusa di sradicare un’organizzazione in realtà creata dagli stessi poteri ufficialmente schierati contro di essa.

Allo stesso tempo, i media siriani devono tenere conto, nella loro narrazione degli eventi legati a Da’ash, dell’ambiguità della posizione ufficiale della Siria. Se infatti, da una parte, il governo – e i media di sua proprietà, come Tishreen – ritraggono Da’ash come il frutto di una nuova cospirazione mirata a destabilizzare il paese e a proteggere Israele; dall’altra Al-Asad ha bisogno della minaccia terroristica per sostenere la narrativa ufficiale adottata sin dall’inizio delle proteste anti-regime, nel marzo 2011. In quest’ottica, che vede l’esercito siriano impegnato a combattere cellule terroristiche attive sul territorio nazionale, il ministro degli esteri Walid al-Moallem, in una conferenza stampa tenuta lo scorso 25 agosto, aveva teso la mano a un’eventuale coalizione internazionale anti-Da’ash, a patto che venisse attuata con il coordinamento siriano. In seguito al rifiuto di Washington, la posizione del governo siriano è rimasta ambigua.

Negli articoli del quotidiano Al-Watan questo atteggiamento contraddittorio diventa evidente.Al-Watan appartiene nominalmente alla stampa privata; di fatto, è controllato dal gruppo di proprietà del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhlouf, uno degli imprenditori più potenti del paese (formalmente ritiratosi dagli affari nel 2011 in seguito alle proteste di piazza). Studiando la copertura del fenomeno Da’ash, non è raro imbattersi in una doppia lettura che riflette perfettamente l’ambigua posizione del governo siriano. L’edizione dello scorso 23 settembre, per esempio, accomuna la lotta anti-terrorismo portata avanti dalla coalizione internazionale anti-Isil a quella del governo; come se quest’ultima fosse ulteriormente legittimata dal fatto che la minaccia terroristica è stata ufficialmente riconosciuta, al punto tale da spingere le potenze mondiali ad intervenire in Siria. Il giornale lascia indovinare una sintonia fra Damasco e la coalizione, rivelando che il segretario di stato Usa John Kerry avrebbe contattato Al-Moallem prima di colpire militarmente le postazioni dell’Isil nel paese, azione che la Siria avrebbe salutato favorevolmente. E questo, secondo quanto emerge dalla lettura di Al-Watan, non allo scopo di informarlo soltanto di ciò che stava per accadere; ma con l’obiettivo di stabilire un coordinamento con il governo siriano.

Allo stesso tempo, però, non mancano articoli critici e sulla scia cospirativa, che tendono a ricondurre la nascita e l’ascesa di Da’ash ad un progetto tutto americano mirato a distruggere il Medio Oriente. In un articolo dello scorso 12 ottobre dal titolo “La sorprendente fabbricazione mediatica dell’immagine di Da’ash“ , Sayyah Azzam scrive che il packaging mediatico dell’organizzazione terroristica serve a dare ragion politica, sociale e militare a ciò che viene definito “Islamofobia”, e che già aveva fornito la giustificazione all’occupazione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Irak nel 2003. Secondo il giornalista, la creazione di una certa immagine di Da’ash è funzionale a bloccare l’aspirazione dei popoli arabi ed islamici alla stabilità ed alla sicurezza, e volta a garantire quella di Israele. Così, come nel periodo della guerra fredda l’Unione Sovietica e “la minaccia comunista” erano i bersagli della propaganda mediatica occidentale, oggi lo diventa “la minaccia islamica”. Il quadro ideologico entro il quale l’islamofobia prende forma è composto da opere come quelle di Samuel Huntington e la sua filosofia dello “scontro di civiltà”, o di Francis Fukuyama e la sua “fine della storia”; fino ad arrivare a George W. Bush e al motto: “chi non è con noi è contro di noi”. Azzam affianca a questo aspetto ideologico della strategia occidentale anche un risvolto business: la costruzione mediatica della minaccia islamica attraverso il nuovo nemicoDa’ash andrebbe a tutto vantaggio delle ditte occidentali che si occupano della ricostruzione una volta che i bombardamenti e le strategie militari  lasciano il posto a quelle commerciali. L’articolo conclude sollevando una serie di domande relative alle sorprendenti capacità tecniche, economiche, mediatiche di Da’ash; suggerendo che tutto ciò va a vantaggio di un Occidente il cui scopo è distruggere l’immagine dell’Islam e dei popoli arabi ritranedoli come barbari e incivili, e approfittandone per invadere la regione e riaffermare la sua egemonia geopolitica.

Nelle pagine interne di Al Watan, articoli critici come quello di Azzam sono spesso affiancati da cartoni e illustrazioni satiriche come questa di Fares Gadabet, dove è evidente come il “genio” Da’ash esca direttamente dal cappello dello Zio Tom.

Della Ratta

L’ambiguità del governo siriano leggibile attraverso Al-Watan si trasforma, nel caso della televisione di stato Syria TV, in un incredibile diniego. E’ surreale guardare i programmi diSyria TV, quasi tutti concentrati sulla questione delle “riforme”. Non è un caso assistere a riunioni in diretta del parlamento, o a talk show che dibattono lo stato delle riforme nel paese in settori come l’agricoltura, la sanità, l’istruzione; come se la Siria non si trovasse in uno stato di emergenza e guerra civile. D’altra parte, la normalizzazione della situazione e l’insistenza sulle riforme che il governo avrebbe attuato o starebbe per attuare sono punti della strategia che la presidenza di Bashar al-Asad segue da oltre un decennio. Sin dall’inizio del suo mandato, infatti, il presidente siriano ha insistito sulla necessità di implementare le riforme, sia economiche che politiche, nel paese; d’altra parte, secondo la narrativa ufficiale, questo processo riformista è stato bloccato dalla continua ingerenza occidentale negli affari della Siria e della regione araba. La guerra in Irak del 2003, e gli squilibri che hanno fatto seguito all’occupazione americana dell’area, avrebbero impedito al riformismo di al-Asad di attuarsi, costringendo il governo siriano ad una strategia concentrata sulla difesa militare dalle minacce esterne, piuttosto che sul miglioramento delle condizioni economiche, sociali, e politiche all’interno del paese. Questa narrativa, che ha accompagnato l’intero mandato di Bashar al-Asad, è stata reiterata più volte all’inizio delle manifestazioni del marzo 2011, e continua tuttora.

La televisione di stato è l’arma mediatica per eccellenza di questa strategia. I suoi programmi insistono sulle riforme e sulla volontà del governo di portarle avanti, nonostante la minaccia terroristica di Da’ash: che viene letta come frutto della cospirazione occidentale e israeliana volta a destabilizzare il paese e a minarne la sovranità. Insieme all’insistenza sulle riforme, i programmi di Syria TV enfatizzano la storia del paese legata alle conquiste di Hafez al-Asad, il padre dell’attuale presidente. Lo scorso 16 ottobre, in occasione della celebrazione del giorno delle forze armate aeree, la televisione di stato ha mandato in onda un discorso di Hafez al-Asad al popolo siriano datato 6 ottobre 1973, il giorno dell’inizio della guerra dello Yom Kippur: il conflitto che per il mondo arabo ha segnato la rivincita contro Israele dopo la clamorosa sconfitta della guerra dei sei giorni, 1967. Simbolicamente, rimandare in onda quel discorso proprio nei giorni in cui l’esercito siriano subiva sconfitte nell’aree di Raqqa ad opera di Da’ash, signifca ribadire che il governo siriano è forte e la vittoria è vicina. Il tutto, sotto la leadership di Asad -il “leader immortale” (al qa’ed al khalid, uno degli appellativi con cui è noto Hafez al-Asad)- che continua ai nostri giorni e deve proseguire nel futuro.

Ma i tempi sono cambiati, anche per la Siria degli al-Asad. E altre figure di leader si affiancano oggi, mediaticamente, ad Hafez e Bashar. Non è raro imbattersi in programmi della televisione di stato come quello del 10 ottobre scorso, sulla vita e le imprese di Mao Zedong: segno del ruolo fondamentale, strategico sia dal punto di vista militare che da quello economico, che la Cina gioca oggi nel determinare il futuro e la sopravvivenza della Siria degli al-Asad.

Immagine nell’articolo: vignetta del 16 ottobre 2014 di Fares Garabet, giornale Al-Watan (Siria) 

Ha collaborato Qais Fares

Against the odds: Syria’s flourishing mediascape

While everybody talks about ISIS or the Syrian regime there is indeed an effort being made by civil society and media activists to build an infrastructure for media pluralism: against all odds. My latest article for Al Jazeera English, authored with Enrico de Angelis and Yazan Badran, takes a look at Syria’s emerging mediascape.

 

Wael Adel, 30, the manager of Nsaeem Syria radio station, records material in the studio in the northern Syrian city of Aleppo [AFP]
These days the attention of the international public seems to have been captured by the Islamic State’s online propaganda war and its skills in mastering social media campaigns. However, there is another, less trumpeted, media revolution happening  in the Arab region.

Since the Syrian uprising started in March 2011, grassroots media outlets have been flourishing within the country and among the diaspora. In a recent study commissioned by Danish NGO International Media Support, we have counted more than 93 online and broadcast radio stations, printed magazines and online publications, and web-based news agencies. And more are being launched, day by day, inside Syria, and at the initiative of Syrians living in Turkey, Lebanon, France, Germany, Jordan, Egypt, and the Netherlands.

When the uprising broke out  in March 2011, Syria was an information desert.  At the time, Syrian government-owned press and broadcast media held a tight monopoly on the production of information, with only a handful of private actors operating in the media business.

All of these – satellite channel Addounia TV, the al-Watan print newspaper, radio stations such as Madina FM or publishing group Cham Press – were in the hands of entrepreneurs acting as regime proxies, and closely associated to al-Asad’s family by business or kinship.

Names such as Mohammed Hamsho, Rami Makhlouf, Mayzar Nizam Eddine have all been targeted by the uprising as symbols of crony capitalism and corrupted business powers that had left no margins for grassroots media to flourish. Their monopoly has now been broken.

‘Social programming’

Today all sorts of Syrian media outlets target the country offering news, talk shows, music, and a totally new genre which they like to call “social programming”. Mostly popular with radio stations, it deals with everything concerning civil society and daily life in war circumstances or under military rule, whether in regime or opposition-held areas.

Listening Post – The fog of Syria’s media war

The audience calls in and debates issues such as healthcare, children education, and discusses possible solutions to daily life crises, such as power outages, the lack of water and gas, and how to cook food in dire circumstances.

Another type of content focuses on reporting about activists’ daily efforts inside the country to provide humanitarian aid and assistance, rebuild schools, find alternative ways to provide education to the youth. “Balad” (country) and “muwatin” (citizen) are recurrent words within this genre of media content.

Sometimes forums are provided to discuss politics in “street language”, debating concepts such as democracy and the rule of law in Syrian dialect, so as to make it closer to the population. Radio stations seem to be the best tools to convey this content: Interactive and open to the community, alternative FM services are mushrooming inside Syria. Their FM signals cover almost the entire country, including pro-regime strongholds such as Latakia.

In opposition-held areas experiencing a dramatic shortage of electricity, radio services are much more popular than the internet as a way to stay informed. Moreover, their “conversational” nature makes radios the ideal place to try out new formats and involve the audience in the content creation process. Many new outlets, in fact, are currently experimenting with languages and formats that heavily rely on the interaction with the audience.

Also print and online publications are flourishing, both in areas that are under regime control as well as in those managed by all sorts of armed groups. Many of them make use of different languages spoken inside Syria, such as Kurdish, alongside with modern standard Arabic. Several target niche groups such as women, children, religious minorities, the youth. Others focus on providing analyses that rely on the contributions of professional journalists and Syrian intellectuals in order to debate issues such as transitional justice or human rights-related issues.

A wide variety of political views  are represented in these publications, from the staunch anti-Assad’s positions to those who prefer to seek a dialogue with the pro-regimes and focus on building a shared ground for the country’s future.

Challenges ahead    

The dynamic growth of media has its downside. Fragmentation of media outlets, lack of professionalism, unskilled labour, poor transparency over funding and partisanship are the most recurrent problems of Syrian grassroots media.

Some  outlets are loosely associated with opposition political groups, military or religious factions. Many of them, in order to survive, have to rely on funding that comes mostly from abroad, namely the US, France or Germany – countries that have set programmes of non-lethal assistance to the Syrian uprising.

Al Jazeera World – Syria: Wounds of War

Often times this media aid translates into technical assistance and training, delivery of equipment such as FM transmitters for radio stations or printing facilities for news publications. More rarely, the financial support goes into funding specific content or training.

Despite all the challenges that they are facing, these grassroots media have gained much more experience and awareness than they could have hoped for three years ago. In 2011, every Syrian  who had a small camera, a computer and access to the internet would consider himself a “citizen journalist”.

In 2014, almost every Syrian  interviewed for this research study had a critical view of what constitutes “citizen journalism”. Beyond the Western cliche that has romanticised the idea of citizen journalism, Syrian activists now question both words, citizen and journalist. On the one hand, experience has taught them that it was probably too early to talk about citizens’ media in a country where the idea of active citizenship had been used in official rhetoric for decades and yet was never put into practice.

On the other hand, Syrians have been forced by circumstances to learn the basics of newsmaking; yet, now they realise the difference between this “militant” reporting and professional journalism. So they are trying to move to the next step. Pursuing more balanced, less inflammatory content, and focusing on civil society-related issues are part of their attempt to rebuild the country’s social fabric instead of stressing partisanship, whether political or sectarian.

Many of these grassroots media outlets are shaping collective platforms to set common rules and ethical standards, explore alternative business models and find ways to survive financially. Initiatives are starting to emerge among Syrian media outlets to define a shared, non-partisan, non-sectarian language. Activists are asking for more training sessions and workshops to train people as administrative staff, supervisors, and media managers who will be needed to turn these loose media groups into cohesive media organisations.

With increasing awareness of the mistakes that have been made, Syrian activists, once armed with small cameras and producing “militant” content, are now trying to build a more professional environment, and create an infrastructure for independent media to operate in the future.

This process is progressing slowly but surely. It is yet another sign of the existence of a concerned civil society in Syria which is struggling to survive and to maintain a media presence, too. Meanwhile, international media attention  continues to focus on the regime in Damascus or to armed groups, forgetting about a society that is learning day-to-day practices of democracy, against all odds.

Enrico De Angelis is a media researcher at CEDEJ (Egypt-Sudan). He has lived in Cairo since September 2011.

Follow him on Twitter: @anomiamed

Donatella Della Ratta is a PhD fellow at University of Copenhagen focusing her research on the Syrian TV industry.  

Follow her on Twitter: @donatelladr

Yazan Badran is a blogger and media researcher. He is based in Brussels, Belgium.

Follow him on Twitter: @yazanbadran

 

Originally published on Al Jazeera English, 30 August 2014

On images, war and propaganda

Thanks to this interesting article published by Owni (in French), I`ve just discovered the amazing work done by Foundland, an artists` collective based in Amsterdam. One of the founder, Ghalia Elsrakbi, is a Syrian from Damascus and she works in graphic design and visual arts. She has curated a very interesting artistic project on the Syrian revolution called  Watching revolution through a hole in the wall, where she reflects about the reality and fabrication of the events in her home country. She “personally experienced her Facebook account transform into a battleground of political opinion and a vehicle for propaganda, both pro and against the Assad regime”, and that`s when the project started to come into a shape. Ghalia has re-built a narrative of the Syrian revolution using an archive of images and footage personally selected from her Facebook account.

Another very interesting work focused on Syria is the most recent video installation and  book publication:  Simba, the last prince of Ba`ath country, which is described as an “ongoing investigation into pro-regime propaganda images, which are created by the Syrian Electronic army and distributed on Facebook and social media”.

The collective`s members say: “We are interested in tracing the digital content and context of the original stock images transformed by the Syrian Electronic Army, in order to better understand the way propaganda rhetoric is created and understood. We consider our investigation as artists and researchers a contribution to the fantastic work and endless energy which is being invested by activists around the world in the struggle against the Syrian regime”.

The images that have been collected and discussed by Foundland in the publication are just amazing. Here is one example:

picture by Foundland

Media war, propaganda and manipulation of news are a widely discussed topic especially in the Syrian case. Few days ago, Jess Hill published an interesting recap of the info war over Syria, while Margaret Weiss provides us with the latest news concerning the mysterious Syrian Electronic Army.

Artists also are increasingly reflecting on the Syria propaganda war issue and the coverage of the events through social networks. Lebanese Rabih Mroue` is exploring the topic in his controversial brand new lecture-performance ” The pixelated revolution” .

“To take what’s happening in Syria and place it alongside a cinematic manifesto was for some people unethical,” he says (in al Akhbar piece), “because people are still dying and suffering and I’m doing this cold reflection. But when I’m making art, I’m not an activist, and I refuse to be an activist in art. I try not to take a political position in my work, but if I do – and in this case, it’s very clear that I’m with the protesters – then I try to deconstruct and reflect on my position and provoke myself. Of course, all of these questions came to my mind. Am I allowed to talk about the protesters when they are still being killed? Am I allowed to take them out of these events? Is it okay? Is it possible for an artist to make a work about something that is still going on? When I ask myself such questions, I tend to think I’ve pinpointed something I should pursue.”

 

Ali Farzat`s drawing “remixed” for propaganda purposes

This cartoon allegedly made by Syrian cartoonist Ali Ferzat was posted on Damascus News Network (DNN) Facebook page.

DNN is a pro-regime activists` group that has been active in Syria since the first months of the revolution. When I first saw Ali Ferzat`s drawing, with sheep following a bearded man and carrying the sign “freedom” (hurryia) I could hardly believe that. I`m just back from London and I`ve spent some quality time with Ali, he doesnt seem the kind of person who buys into the “salafist revolution” narrative cooked to scare secular people and minorities.

Such a drawing, with such an incendiary text against Louay Hussein (leader of the opposition movement “building a civil society”) looked so much not Ali Ferzat. Then, the miracles of the web. You ask the community, the community answers.

Syrian tweep @BSyria immediately sent me the original drawing, this one here below, which was taken from his website, put out of context and re-mixed by a Photoshop skilled guy, I suppose. Then it was posted on DNN just to support that incendiary post and prove that even the secular elite, artists and intellectuals like Ali, are scared by this “Islamic” revolution.

Propaganda war is unfortunately still alive and kicking in Syria, in broadcast media as much as on the Internet.

RIP Anthony Shadid

Anthony Shadid, a brave professional journalist, died yesterday in Syria. It`s another important voice who fades out in the superabundance of information and a scary lack of analysis.

I`d like to republish here what MERIP posted about him. RIP.

 

We at MERIP are shocked and deeply saddened by the loss of Anthony Shadid, an extraordinary reporter, wondrously talented writer, judicious analyst of Middle East affairs, warm, generous person and good friend.

In between sojourns in the Middle East, Anthony served on our editorial committee from 2000-2002. A fuller tribute will appear in the upcoming issue of Middle East Report. For now, we reproduce below the list of his writings for the magazine, including this dispatch from Iraq under UN sanctions, which demonstrates some of the reasons why his later work on that country would be nonpareil.

Our deep condolences to Anthony’s family and to his many friends and colleagues.

 

Daring Theater Offers Respite from Baghdad’s Misery

Anthony Shadid

Middle East Report 211 (Summer 1999)

Soon after the tattered curtains part in Baghdad’s Sheherezad Theater, a boisterous Baghdad comes to the fore.

The frenzied strains of an Iraqi pop song herald the appearance of a cross-dressing belly dancer, seductively clad women and a wiggling and jiggling government official, and suggest the presence of drink and drugs in the office of the Kuwaiti Ministry of Animal Resources. On stage come a secretary who works as a pimp, an effeminate deputy minister who loves his wine and women, and his boss, who goes nowhere without an escort of prostitutes.

The plot? Tucked in with dancing, stand-up routines and a few tortured ballads is the story — sort of — of the Kuwaiti ministry’s plan to buy an American bull for the outrageous price of $115 million to improve the gene pool of Kuwait’s livestock.

“Bye Bye America” has played to full houses during a wild run that began in November in Baghdad. Its target, obviously enough, is the Kuwaiti government, with some barbed attacks on America’s sway over the Gulf’s monarchies and potentates. The laughs, however, don’t just come at the expense of Kuwait. In other plays on the Baghdad stage, the bribes and bureaucracy that torment Iraqis are the butt of jokes, and some criticism is bolder — even shocking — the kind of stuff that would earn an editor of any staid Iraqi newspaper a stint in jail — or worse.

The plays have transformed Iraq’s once dormant theater scene into a thriving arena for artistic expression and creativity that is often daring and usually ribald. From just two playhouses a decade ago to 20 today, theater represents one of the few bright spots on Baghdad’s bleak cultural landscape. Lines from popular plays are frequently quoted in cafés, and tickets for some sold-out weekend shows can be scalped for five times the price of 1,000 Iraqi dinars (55 cents). Virtually all the productions are comedies, and therein lies their saving grace: They provide an officially sanctioned outlet for mounting frustrations. So official, in fact, that Saddam Hussein himself is said to be a patron, allocating 35 million dinars last year to help with their rather meager overhead.

The beauty of Iraq’s theater, though, goes beyond the exhilaration it brings to a city whose streets, like al-Rashid and Abu Nuwas, with their now shuttered nightclubs, were once synonymous with a capital as cosmopolitan and secular as any in the Arab world. It also evokes that free-wheeling time a generation ago when Palestinian students received scholarships to study in Iraq and Arab writers and artists fled the anarchy of Lebanon’s civil war to bring their intellectual force to a flowering Baghdad, making 1970s Iraq, for those on the “correct” side of politics, a time as nostalgic as the romanticized city of Abbasid glory.

Baghdad’s tragedy today, it seems, is not what it is but what it has become under the United Nations’ seemingly permanent sanctions. Although the material conditions of Iraq have improved under exemptions that allow the government to buy food with oil exports, the sycophancy of much of the country’s sanctioned intellectual life and, more acutely, the desolation of its cultural landscape drearily remain, mocking the oft-quoted adage that “Cairo writes, Beirut publishes and Baghdad reads.”

Dar al-Ma’moun, one of Iraq’s main publishing houses, once issued 20 titles a year. Now it produces only two, maybe three. Its 96 translators of English, French, Spanish, German and Russian have decreased to ten today. The Iraqi film industry, once a pet project of the government, has all but shut down, Iraq’s cinemas closing with it.

In this grim setting, Baghdad’s theater brings subtlety, a finesse that seems reminiscent of al-Hallaj, whose ecstatic exclamation that “I am the Truth” got him executed — actually, dismembered — in tenth-century Baghdad for blasphemy. The sophistication is all the more welcome in a city that, with its victory arches, martyrs’ memorials, and paintings of Saddam in black beret, suit and tie or kaffiya, or in Norman Rockwell-like scenes with children, is anything but subtle.

One long-running play, “A Party for a Respectful Person,” skewers an Iraqi official for obstructing access to the permits Iraqis need to travel or to sell and buy a house. The official, a director-general, usually the highest position that will come in for criticism, defines his day-to-day work with a furious style of favoritism and nepotism. The play ran for a remarkable three years.

In “Mudhouse,” a play set during the Hashemite monarchy, Iraqis are taken to prison, questioned and tortured, some emerging beaten and bruised. For the audience, it takes little imagination to place the scenes squarely in modern-day Iraq.

“Playground of the Hypocrites” takes the idea a tantalizing step further. In this play, an Iraqi is detained and politely asked by his interrogator to sit down. He is then told to confess. But, he asks, where is the boiling oil, the whips and the ceiling fan he should be hanging from? When told there’s nothing of the sort, he warns his interrogator, “They’re going to fire you!”

The writers and actors know they are on a long leash and are typically reluctant to talk about their freedom for fear of endangering it. If they do, they put it in the context of current politics, namely sanctions, the one topic anyone in Iraq can discuss.

“Life used to be much easier, and now all that is cut off,” says Sabah ‘Atwan, who finished writing “Bye Bye America” in 1993. “Iraqis feel they are suffocating with the sanctions, and the theater gives them the lungs they can breathe with.”

He makes clear, though, that the government has made a conscious decision to give Baghdad’s liveliest plays a freer reign. Or, as he put it in an interview, “The Ministry of Culture and Information doesn’t place a police officer inside the theater.”

His play is not so much subtle criticism as fast and fierce comedy, an often salacious celebration of puns, innuendo, slapstick and base humor that plays on every Iraqi stereotype of Kuwait and creates a few along the way. The Kuwaiti government spends $115 million for the American bull. To ease its transition, it allots $10 million for his housing, $10 million for food and entertainment and another lump sum for his own airplane — equipped with a swimming pool. A delegation meets him at the airport, and functionaries interview a personal Indian cook and a Chinese barber.

“We will bring cows from the Philippines, Thailand and Holland. We’ll bring them from all over to entertain the bull,” says Mr. Fouad, the minister’s secretary and pimp. Inside the office, the deputy minister drinks from a flask tucked behind his gown. He complains incessantly that Fouad will not deliver him the women he provides the minister. And he signs his papers with a thumb print because he cannot read or write. In any crisis, the minister shouts, “Call America! Call Texas! Call Washington!” At other times, he breaks into a dance.

And then there’s the fun that could implicate a government at home or abroad: One minister warns that if they do wrong, the interior minister will take them into a dark room and make them sit on a bottle. In another scene, an underling lambasts the minister behind his back, then flatters him with a kiss on the cheek.

On this evening, one of Baghdad’s frequent electricity outages cuts short the nightly performance. One of the lead actors, Muhammad Imam, soon comes on to a dark stage lit by a few candles to apologize to the audience and beg them to come another night. The audience, in turn, seems to take it in stride. There are worse things in Baghdad, they insist, than a power cut.

“It’s not their fault,” says Sattar Karim, a 37-year old Iraqi who brought his family. “It was about to end anyway.” He pauses, then adds casually: “We like to enjoy ourselves, even if it is for a short time. It’s always good to laugh.”

Also by Anthony Shadid in Middle East Report:

Lurking Insecurity: Squatters in Khartoum,” MER 216 (Fall 2000)

Nature Has No Culture: The Photographs of Abbas Kiarostami,” MER 219 (Summer 2001) (with Shiva Balaghi) (text only)

Victims of Circumstance,” MER 222 (Spring 2002)

The Shape of Afghanistan to Come,” MER 222 (Spring 2002)

 

How they fooled us: why (Western) leftists and capitalists were so attracted by Bashar al-Assad`s regime (Part Two)

PR groups like the D.C. based Capital Communications were in talks with the Syrian government few months before the uprising. The group chair, Akram Elias, offers Shaaban an “action plan that covers in depth the subject matter” discussed in a previous meeting. The email does not specify the topic of the conversation, but Capital Communications skills serve areas like “crisis communications and reputation management” and offer services as“how to pitch a story to the US media” for those who want to shape “effective messages”. Among its clients, the group counts many foreign governments as that of Qatar, Saudi Arabia, UAE and also Russia. Other groups that focus more on bridging the government and the private sector have tried to set their operations in Syria. N.Y. based Global Leadership Team  attempted –unsuccessfully, it seems from the email correspondence – to reach out to the presidential palace in order to host world summits on innovation and capitalism in Syria and to award first lady Asma al-Assad among “the most innovative people” in the world.

 People like Shaaban and the presidential palace`s inner circle of seemingly reform-minded folks –English-speaking, Western-educated elites that know how to impression the West by employing words as “empowerment” and “entrepreneurship” which make up the universal vocabulary of neoliberalism– have been able to seduce organizations that lie at the extreme sides of the ideological spectrum, like the World Economic Forum and Viva Palestina!.

Former British Labour Party MP George Galloway, who co-founded the latter to bring humanitarian aides and relief to Gaza`s civilian population after the 2008 Israeli attack, is a well known leftist activist. His involvement in the Palestinian cause has matched with Assad`s rhetoric of Syria being “the last Arab country” committed to the “historic endeavor” of liberating Palestine. Dubbing Assad`s Syria as the “last castle of Arab dignity” is as enormous as when he cheered Saddam Hussen with “Sir, I salute your courage, your strength, your indefatigability” .Later, Galloway declared to have been misunderstood, as those words were addressed to the Iraqi people, not to the dictator; he might have been caught in the same kind of misunderstanding concerning Syria.

 The charm that Assad`s Syria has exercised on both world`s capitalists and leftist activists relies on an enmeshed network of privileges, personal favors, mutual benefits and exchanges, mixed with what is left of old fashioned anti imperialist ideology. Here, the seemingly-opposites coincide. This clever mix of neoliberalism and anti-imperialism rhetoric is cultivated by the presidential palace and pushed forward in the public space of media by its unofficial spokespersons. Deemed respectable and enlightened by Western media, companies, governments “these people speak the same language we do” –as a Western diplomat once told me–. The editor in chief of the Syrian Forward magazine, Sami Moubayed, is one of them. His articles on the Syrian uprising give a sense of his skills in eschewing regime rhetoric while remaining committed to the palace`s seemingly reformist project. This might be the reason why Moubayed is able to appeal an edgy US publication as the Huffington Post; as much as he is able to get invited to dinner by Turkish ambassador in Syria and be hinted as the person who should write “to express the Syrian position” on Turkish press.

Last spring, Moubayed had proposed the palace to “solve what is happening on the streets in an artistic way” and push forward a “third view”  between the official regime position and the people`s. This project — the TV series “Fawq al-saqf” (Above the ceiling)— failed dramatically, as it never reached audience success and was stopped after its 15th episode in Ramadan 2011 . The same seems to happen now to these West-appealing elites sitting at the palace, whose reform-minded project is proving to be just a media project, not even a well marketed one anymore.