Buon compleanno Abuna

Per il sessantesimo compleanno di Padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria nel luglio 2013, Riccardo Cristiano ha scritto questo bel pezzo che ripubblico di seguito.

 

“Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”

 

Una frase che Paolo ha detto a Riccardo e che non dovremmo mai scordare.

Ci manchi, Abuna. E le tue idee mancano in quest’assordante assenza di proposte coraggiose per salvare il futuro della nostra Siria, del nostro Medio Oriente…

 

Buon compleanno, Paolo

padredalloglio4Quando tutto immaginavo tranne che ti rapissero, ti dissi che forse sarei venuto a trovarti per il tuo compleanno lì nel Kurdistan iracheno dove ti eri trasferito. Parlavo del tuo 59esimo compleanno, non di questo 60esimo ormai alle porte. Ti eri trasferito lì in territorio curdo da quando eri stato espulso dalla Siria, e io seguitavo a chiederti perché il tuo cuore rimanesse lì, tra i siriani, benché tu mi dicessi che ogni paese è patria per un discepolo di Gesù. “Perché il vulcano siriano oltre a infangare l’uomo infangherà tutta questa regione, compresa Ninive, compreso il tuo Libano, se non ci svegliamo”. Era questa la tua risposta.

E oggi non posso dimenticare che pochi giorni prima, a maggio 2013, cioè un anno e mezzo fa, poco prima di essere sequestrato dai terroristi dello Stato Islamico, mi avevi detto che ” nessuno è veramente interessato ai cristiani orientali, perché se davvero lo fossimo davanti a questa occasione irripetibile della primavera araba, che chiede libertà e democrazia- una democrazia colorata di Islam come da noi è colorata di radici cristiane- ci saremmo attivati per aiutarla. Non è stato così e allora prima o poi non ci resterà che indire un’altra giornata della memoria.”

Il fatto, carissimo Paolo, è che senza lenti deformate o deformanti tu avevi visto che la Primavera nasceva da un’agenda laica e non violenta in un contesto islamico. In Siria poi nasceva guidata e incarnata da giovani donne. Gli opposti integralismi, panarabisti e panislamisti, figli di generali golpisti, di miliziani khomeinisti o di petromonarchi tanto miliardari quanto oscurantisti, si sarebbero impegnati in tutti i modi per combattere la Primavera da sponde opposte, le sponde di disegni egemonici incompatibili su tutto tranne che su un punto, distruggere la primavera laica, democratica, giovane.. “Cittadina” la definiva tu, cioè portatrice di un’istanza di cittadinanza che è l’unica capace di cambiare il Medio Oriente, non contro qualche comunità, ma con i giovani di tutte le comunità, che le vogliono preservare, non accettando più di viverle come caserme.

Oggi i folli disegni anti-umani degli opposti estremismi stritolano la Primavera, quella rivoluzione che Ziad Majed, grande intellettuale arabo e grande amico di un martire del cristianesimo orientale, Samir Kassir, ha definito “la rivoluzione orfana”. Orfana della nostra solidarietà, non certo dei suoi nemici giurati, petromonarchi e pasdaran, ma di un’attenzione che sostenesse la sua richiesta ineludibile e per definizione non-violenta: la cittadinanza, una cittadinanza condivisa per tutti, musulmani e cristiani, curdi e drusi, in un Medio Oriente i cui popoli non vogliono più né panarabismi né panislamismi, né tantomeno terrorismi.
Quelle popolazione vogliono tornare a essere fatte da individui portatori di una dignità come solo una democrazia può consentire, quella che tu chiamavi “una democrazia colorata d’Islam, come la nostra è colorata di radici di cristiane.”

E chi non si rassegna a questa realtà, si guardi intorno, guardi i monumenti, guardi le cupole senza le quali le nostre città non sarebbero tali. Eppure queste città così intrise di radici cristiane rimanendo tali , grazie a Dio, oggi non discriminano più, anche se tanto resta da fare per un vero multiculturalismo europeo. Lo stesso processo può avviarsi finalmente in Medio Oriente, un Medio Oriente che non discrimini più, come vorrebbero i suoi figli, i suoi giovani. E la Tunisia sta lì a dirci che senza l’intervento militare dei nemici esterni della Primavera questo esito è possibile, e sa vincere nelle urne.

Spero che subito dopo questo tuo compleanno ne torneremo a parlare, Paolo.

Fonte: “Il Mondo di Annibale”

15 novembre 2014

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A year of waiting/Un anno di attesa

E’ passato un anno (e un giorno) da quel 29 luglio 2013 quando il nostro Paolo Dall’Oglio si è volontariamente consegnato alle milizie dell’ISIS a Raqqa per tentare una negoziazione dalla quale non è mai tornato.

In quest’anno abbiamo scritto, sollevato domande, dibattuto, mai smesso di sperare, ma nessuna notizia è arrivata sulla sorte del nostro Abuna.

Ieri la famiglia ha deciso di rilasciare un comunicato stampa e un video che posto qui di seguito:

“E’ oramai passato un anno da che non si hanno più notizie di nostro figlio e fratello Paolo, sacerdote, gesuita, italiano, scomparso in Siria il 29 luglio 2013. Tanto, troppo tempo anche per un luogo di guerra e sofferenza infinita come
la Siria. Chiediamo ai responsabili  della scomparsa di un uomo buono, di un uomo di  fede, di un uomo di pace, di avere la dignità di farci sapere della sua sorte.Vorremo riabbracciarlo ma siamo anche pronti a piangerlo.”

It has been a year (and one day) since that 29 July 2013 when our Father Dall’Oglio disappeared in Raqqa, Syria, kidnapped by Isis while trying to negotiate with the group.

During the past year we have been writing articles, raising questions, debating, and we’ve never stopped hoping to see him back. Yet, we have got no news concerning Abuna’s fate.

Yesterday his family released a press release and a video appeal which I’m posting here below:

“One year has already passed since we last knew of our son and brother Paolo, priest, Jesuit, Italian, who disappeared in Syria on July 29th 2013. This has also been a long time, too long, for a land ravaged by war and
infinite suffering like Syria. We ask those responsible for the disappearance of a good man, a man of faith,
a man of peace, to have the dignity to let us know of his fate. We would like to once again hold him in our arms, however we are also prepared to mourn him.”

Siria, collera e luce: il nuovo libro di Paolo Dall`Oglio

Ricevo oggi questo comunicato dalla Editrice Missionaria Italiana, la casa editrice che ha pubblicato l`ultimo lavoro di Padre Paolo Dall`Oglio “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana”.

Il libro sta uscendo adesso in Italia, dopo un grande successo in Francia, ma Paolo non sara` con noi a festeggiare. Paolo e` ancora in Siria, dove viene trattenuto dallo scorso 29 Luglio da chissa` chi,  se agenti del regime o brigate islamiste. Non di certo dalla rivoluzione, la rivoluzione siriana, la “sua” rivoluzione che Paolo non ha mai tradito e che non ha mai tradito Paolo (scusa Domenico Quirico ma, si`, e` proprio un riferimento alle tue parole. Non oso immaginare quello che hai passato in cinque mesi di prigionia, pero` e` ingiusto dire che la rivoluzione ha tradito te, quando ci sono centinaia di siriani che conosco – e migliaia che non conosco – che sono in galera, o costretti a nascondersi o a lasciare il loro paese per quella rivoluzione che pero` non pensano li abbia traditi, nonostante quello che e` successo).

Paolo e` una di queste persone. Ho vari ricordi di lui, al monastero di Mar Musa da lui fondato. Lui che dice la Messa in arabo, un arabo perfetto, pulito, circondato da cristiani, musulmani, laici. Non mi stanchero` mai di ripostare questo video che lui ha fatto quando il regime siriano ha minacciato di buttarlo fuori dal paese se avesse preso posizioni esplicite a favore della rivoluzione.

 

Paolo per un po` ha taciuto ma poi, pero`, non ce l`ha fatta perche` la sua natura e` parlare, stare in mezzo alla gente. E` stato espulso dalla Siria, il suo paese, dove aveva vissuto per piu` di trent`anni, siriano piu di tanti siriani. Ci e` ritornato, piu` volte, nonostante il pericolo , per stare in mezzo alla sua gente.

Quando la gente mi dice Papa Francesco e` il mio eroe, perche` con la sua preghiera in piazza del Vaticano ha mobilitato migliaia di persone contro i bombardamenti americani alla Siria, io rispondo che il mio eroe e` Abuna Paolo, un uomo di fede che la fede e` andato a praticarla, a viverla, senza essere protetto dalle sicurezze e le magnificenze della sua citta` , Roma, ma dentro i campi profughi, nelle citta` bombardate e assediate, in mezzo a fame e disperazione.

Paolo ha dimostrato sul campo che e` assurdo parlare di dialogo fra cristiani e musulmani, perche` il dialogo vero che deve avvenire e` fra esseri umani. Abuna, ovunque tu sia, speriamo che tu sia forte come sei sempre stato, e che tu creda ancora che la rivoluzione, il cambiamento – non soltanto di un regime ma un cambiamento interiore in direzione dell`umanita`- sia tuttora possibile.

 

 

Collera e luce.

Un prete nella rivoluzione siriana

di Paolo Dall’Oglio

 

Il nuovo libro del gesuita impegnato nel dialogo islamo-cristiano

 

Questo libro è innanzi tutto un grido, quello di un uomo, un gesuita consacrato all’amore di Gesù per i musulmani, che ha dedicato 30 anni della sua vita al dialogo islamo–cristiano, senza mai smettere di costruire ponti e che in pochi mesi ha visto tutto quanto crollare in un orrore senza nome. Padre Paolo Dall’Oglio, conoscitore raffinato del Vicino Oriente, testimonia le speranze del popolo siriano in lotta per la sua libertà nonostante i silenzi ipocriti e le esitazioni dell’occidente; formula proposte alla comunità mondiale degli uomini di buona volontà affinchè si faccia di tutto per fermare la guerra civile in Siria, Paese altamente centrale e simbolico nel quale si affrontano questioni di urgente attualità ovunque nel mondo. Questo è un libro che scuote le coscienze. Quale lotta è ancora in grado di mobilitarci? Per quale causa siamo pronti a mettere in gioco la nostra vita quando tutto ci sfugge e sembra giocarsi al di fuori di noi?

 

Nelle pagine di questo libro, già pubblicato in Francia a maggio del 2013 (Les Editions de l’Atelier) ed ora in Italia dal 1 ottobre in libreria, con l’aggiunta della postfazione consegnata a metà luglio poco prima di rientrare in Siria per una missione di “mediazione”, la voce di padre Dall’Oglio risuona accorata: «La paura, la collera, lo scoraggiamento, l’angoscia mi hanno accompagnato. Ho provato inoltre, dopo questi giorni difficili, un bisogno di meditazione, di distanza contemplativa. Ho detto messa quando potevo …. ho cercato di custodire una liturgia del cuore, una messa sul mondo, come direbbe Teilhard de Chardin».

 

Siccome p.Paolo oggi non è qui con noi, il modo migliore di presentare il suo libro è attraverso le sue parole cominciando da quelle che ha scritto in una mail per la scelta della foto di copertina: «Questa mia foto del bombardamento di Saraqeb alla fine di Febbraio è quella d’una casa dove è morta una mamma e un bambino… pochi minuti prima dello scatto … dice bene la banalità del male … e quanto siano qui le vittime la povera gente del proletariato urbanizzato … il fiore di plastica spampanato serve per introdurci nella casa distrutta dei poveri ed esser ospiti dei loro sentimenti più intimi devastati dalla guerra».

 

Prosegue padre Dall’Oglio: «Ho visitato la Siria degli Assad (l’espressione è consacrata dall’uso di Regime) una prima volta nel 1973, appena prima della Guerra di Ottobre; ne riportai l’impressione di un popolo sottomesso ad una macchina di propaganda nazionalista possente mobilitata al massimo in senso anti israeliano … I Paesi arabi subivano l’occupazione di vasti territori da parte di Israele, c’era la Guerra Fredda … per tanti motivi ero solidale, come lo sono oggi, con le sofferenze del Popolo Palestinese e degli Arabi in generale. Ma quell’attitudine di manipolazione totalitaria dell’informazione già mi ripugnava. Sapevo che si trattava di una dittatura e non nutrivo illusioni sul rispetto dei diritti dell’uomo in quel paese. Nel 1978 ero a Beirut durante il terribile assedio dei quartieri cristiani di Achrafiye da parte dell’esercito siriano. Nel 1980-81 ero a Damasco per lo studio dell’Arabo, delle Chiese Orientali e dell’Islam, ed ho amato infinitamente quel buon vicinato siriano nel rispetto e nel pluralismo che non è stato creato dal Regime ma che questi ha cercato di recuperare a suo merito mentre lo corrompeva sul piano morale e ideologico. Venni in contatto e a conoscenza dei metodi di sistematica tortura repressiva utilizzati dal Regime. Se volevo restare nel paese dovevo assoggettarmi come tutti. Ma non ero obbligato ad assoggettarmi in coscienza. Moltissimi cristiani già lasciavano allora il paese visto il perdurare della situazione di incertezza nella società locale e nella regione. Alcuni erano pro regime, altri contro, ma tutti cercavano di partire per il futuro dei loro figli. Bisogna ricordare che allora la solidarietà del regime con il mondo sovietico era evidente, anche riguardo alle libertà democratiche criticate come borghesi e asservite alle logiche neo imperialiste. Io cercai sempre di avere buoni rapporti con lo Stato in quanto proprietà dei cittadini anche se sottomesso al Regime dittatoriale. Mi sono anche sforzato di avere delle relazioni il quanto più possibile aperte e franche coi membri dei servizi di sicurezza che mi interrogavano di frequente. Ero per la legittima lotta di liberazione contro l’occupante israeliano ma evitavo sistematicamente di cedere ai toni spesso esplicitamente antisemiti della propaganda di Regime e mi sforzavo di valorizzare i varchi ideologici che permettessero di pensare, concepire e volere la pace e la riconciliazione regionale.

Nell’82 ero studente di teologia a Roma quando avvenne il terribile massacro della popolazione civile di Hama durante l’insurrezione dei Fratelli Musulmani. Ne soffrii tanto da ammalarmi. Non se ne poteva parlare pubblicamente altrimenti mi scordavo la possibilità di rientrare in Siria dove mi sentivo chiamato a servire l’armonia islamo-cristiana… ripetevo negli anni senza stancarmi che occorreva fare di tutto per facilitare un’evoluzione e un cambiamento democratico per gradi e per riforme successive per evitare altri bagni di sangue. Tuttavia ero perfettamente cosciente che un continuo, silenzioso massacro avveniva nelle carceri, nei lagher, nei gulag siriani. Ne avevo ricevuto in diverse occasioni delle testimonianze dirette. In questo spirito, con questi sentimenti contrastanti, eppure con molta speranza ed entusiasmo, ho vissuto nella Siria degli Assad per più di trent’anni. A causa dell’ampio impatto internazionale del mio impegno di restauro, di accoglienza e di dialogo al Monastero di Mar Musa, godetti indubbiamente di uno spazio di parola e di una libertà di opinione incomparabilmente più largo dei normali cittadini, obbligati a portare fin dalla più tenera infanzia il cervello all’ammasso della manipolazione di Regime la più priva di scrupoli e costruita su un nazionalismo sempre in diritto di schiacciare, anche in coscienza, gli individui per l’affermazione del soggetto collettivo rappresentato dal Duce (Qa’id, in Arabo). Fui presto oggetto di critiche aspre e di accuse ingiuste proprio perché la mia libertà di parola sembrava impossibile ai più, anche se era sempre limitatissima e molto auto controllata se paragonata alla situazione per esempio europea. Era un gioco in fondo leale: io offrivo un volto che illustrava internazionalmente l’apertura e il pluralismo almeno programmatico del potere siriano e loro accettavano ch’io mi comportassi come se la democrazia, seppur non perfetta, fosse già almeno in fieri.

Ho lavorato continuativamente nella prospettiva del successo dei negoziati di pace nella visione di un Medio Oriente riconciliato nella giustizia. Per questo ho operato per il successo del cammino di Abramo (the Abraham Path Initiative)  nonostante le accuse di sionismo strisciante rivoltemi dai nazionalisti più settari e antisemiti. Ho curato le amicizie sincere e solidali con i movimenti palestinesi rappresentati a Damasco di diversi orientamenti politici, ed ho curato a nome della Chiesa le nascenti relazioni con il movimento islamista palestinese Hamas.

Ho sempre dichiarato che l’islamismo politico è una grande realtà regionale e che non è immaginabile che si debba rinunciare alla democrazia, ai diritti civili e all’autodeterminazione dei popoli per continuare a sopprimere il programma islamista, sia esso salafita o dei Fratelli musulmani o di gruppi più o meno moderati. Si tratta di un soggetto politico plurale non aggirabile ma tuttavia esposto ad evoluzione, spesso rapida. Per questo ho sempre curato la relazione coi leader naturali, scelti e seguiti dalla piazza e dal popolo delle moschee, dei musulmani siriani, rifiutandomi di appiattirmi sulle autorità approvate e nominate dal Regime.

È evidente che la guerra è raramente una soluzione e comunque è una soluzione cattiva e claudicante. Tuttavia con l’insegnamento tradizionale della Chiesa dichiaro, nonostante i rischi di equivoci stridenti e di ipocrisie criminali, la legittimità della guerra giusta, il diritto alla difesa armata, il dovere di proteggere i paesi e le popolazioni vittime di aggressioni violente interne e o esterne. Nonostante questo incoraggio e mi impegno per la pratica e il successo delle azioni nonviolente.

Penso alla non violenza attiva, politica, come ad una trascendenza dei conflitti. Non è essa sempre un’alternativa praticabile di per sé, ma essa è sempre necessaria. Molto più di un correttivo integrativo, prima durante e dopo i conflitti armati, la non violenza dialoga, testimonia, critica, assiste, apre vie di riconciliazione, va oltre!

Quando Assad figlio prende il potere nel 2000 si riaccesero le speranze per un cambiamento democratico incruento che potesse riconciliare la società siriana profondamente divisa e sofferente dietro la facciata delle realizzazioni gloriose del Regime. Anche la visita del Papa nel 2001 aveva la valenza di un segno di speranza, benché l’anno precedente la visita a Gerusalemme era stato l’ultimo momento di calma prima dell’inizio della seconda tragica intifada palestinese. La breve Primavera di Damasco è soffocata da una repressione il più dolce possibile per evitare di perdere quel credito che la società accorda al Dott. Bashar, per non perdere speranza nel futuro».

Di Padre Paolo si dice ormai tutto e il suo contrario. La sua azione, l’attività di dialogo interreligioso è sostenuta internazionalmente, la preoccupazione ambientale e di lotta alla desertificazione è considerata esemplare, il lavoro di restauro artistico e valorizzazione culturale e spirituale del luogo di pellegrinaggio ha un vasto impatto. Insomma, Padre Paolo può permettersi di parlare di riforma con franchezza; scrive per dieci anni una lettera all’anno al Presidente Bashar alAssad cercando di consigliare delle riforme concrete ed effettive. Prima che sia troppo tardi.

«Dal 2010 la decisione di regime è presa: l’attività di dialogo è vietata, le conferenze sono impossibili anche su questioni di energia solare, i miei amici sono inquisiti…Il turismo iper controllato. Alla fine il mio permesso di residenza è ritirato; resto in Siria senza documenti di residenza e quindi non posso più viaggiare…Ma intanto la Primavera araba è iniziata. Si spera ancora che Bashar, magari con l’aiuto della bella e sensibile consorte, possa mettersi alla testa di una riforma radicale del suo paese, utilizzando la Primavera come di uno strumento per esautorare le vecchie magie familiari… Nulla da fare, da Marzo 2011 è chiaro che la scelta della repressione incondizionata è la scelta strategica… Tutto il resto, quanto a dialogo e riforme cosmetiche, non è altro che prender tempo per evitare l’intervento internazionale e fumo negli occhi dell’opinione pubblica. La versione ufficiale della manipolazione mitica di stato è pronta: non c’è nessuna rivoluzione, ma solo l’azione dei terroristi islamisti radicali … I democratici sono fatti a pezzi in prigione, gli islamici sono criminalizzati e spinti a realizzare la tesi di Regime sulla natura terrorista del movimento … Posso assicurare che sono meno isolato tra i cristiani siriani di ciò che si può immaginare, la mia voce però è una delle poche note che si siano levate a dire che noi cristiani non possiamo rimanere col Regime torturatore e oppressore e neppure possiamo restare neutrali. La storia è a un punto di non ritorno, e noi da che parte siamo?

Immaginiamo per un attimo che, anche con l’aiuto determinante dei cristiani, il Regime riesca a schiacciare la rivoluzione… Possiamo prevedere 500 mila morti e 10 milioni di fuoriusciti … Cosa rimane della nostra testimonianza cristiana? Anche ad ipotizzare l’improbabile ritorno in Siria dei cristiani, cosa ci torneranno a fare dopo aver accettato un simile genocidio?

Il resto di questa tragica vicenda, compresa la mia espulsione un anno fa, si potrà leggere nel libro, Collera e Luce».

 

 

Paolo Dall’Oglio, Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana, Collana Vite di Missione, Editrice Missionaria Italiana, pp. 208, euro 13,00.

 

Un pensiero per te Abuna, e per la Siria

E` un mese che Paolo dall`Oglio, “Abuna” come lo conosciamo noi, e` “scomparso” in Siria. Aveva una missione difficile, difficilissima, di quelle che solo una persona come lui, un sognatore, un lottatore, hanno il coraggio di portare avanti..e lui ha rischiato tutto pur di perseguirla. Non abbiamo notizie di te, Abuna, non sappiamo dove sei ne` chi sia a tenerti ostaggio e di cosa e a quale prezzo..ma sappiamo che, ovunque tu sia, in queste ore stai pregando per il “tuo” paese, per il “nostro” paese, la Siria, e per il destino dei siriani. Ti abbiamo scritto poche parole, ma con tanto affetto, e fiduciosi che tornerai da noi, come la Siria tornera`, libera, ai siriani….

 

Caro Paolo,

siamo fisicamente lontani dalla terra dove si svolge la tua missione, una missione umanitaria e di pace nella verità e nella testimonianza, per impedire che la lotta per la dignità umana, la libertà e la democrazia contro il regime siriano si sgretoli in lotte fratricide, etniche o irriguardose dell’uomo. La tua scelta di coraggio e dedizione è un servizio reso anche a noi, del quale ti ringraziamo, partecipi. Chi ha varcato i confini è sempre entrato in una terra incognita: a noi interessa solo dirti che non lo hai fatto da solo ma con tutti quelli che come te attendono “il giorno in cui Siria sarà sinonimo di resurrezione”. Sono le parole con cui concludi il tuo ultimo libro, e con le quali hai aperto quello che stai scrivendo.
Con affetto, alcuni dei tuoi amici giornalisti,

Alberto Bobbio, Rosario Carello, Riccardo Cristiano, Maurizio Di Schino, Donatella Della Ratta, Camille Eid, Shadi Fahle, Stefano Femminis, Luca Geronico, Maria Gianniti, Shady Hamadi, Salvatore Mazza, Corradino Mineo, Ruggero Po, Amedeo Ricucci, Alberto Savioli, Lorenzo Trombetta, Gianni Valente, Eva Ziedan

 

La lettera e` stata oggi pubblicata su vari siti e blog, fra cui SiriaLibano, Famiglia Cristiana, Avvenire, il Mondo di Annibale, Il Fatto quotidiano.

Il nostro Ferragosto davanti al sangue che arrossa il Mediterraneo..

Questo articolo di Riccardo Cristiano per Paolo dall`Oglio, il nostro monaco gesuita, “abuna”, sparito in Siria oltre due settimane fa, mi ha commosso. Voglio ripubblicarlo non per guastare il Ferragosto a chi legge questo blog in italiano, ma perche`, come dice Riccardo, siamo noi ad essere morti se non ci ricordiamo quello che sta accadendo a pochi passi da noi, sull`altra sponda del Mediterraneo.

Abuna non ha mai dimenticato la Siria, non ha mai smesso di lottare per difendere le ragioni del popolo siriano in rivolta. Ha fatto piu lui per il dialogo interreligioso di mille convegni, simposi, programmi, workshop. Lui lo faceva per davvero il dialogo, era la sua vita. Anzi, e` la sua vita.

In questo momento in cui corrono incessanti voci sulla sua morte, io preferisco ascoltare le parole di Riccardo Cristiano: “Tu invece sei lì, vivo, ad avvicinare il giorno in cui Siria sarà sinonimo di resurrezione”.

Per me Paolo e` e sara` sempre queste sue parole di amore per la Siria, quando registro` questo video per spiegare perche` voleva restare nel “suo” paese…

Caso Dall’Oglio: chi è morto?

Il tuo caso, monaco gesuita rientrato in Siria per cercare una via d’uscita allo scontro inter etnico, che alcuni perseguono, pone un problema: chi è morto davvero?

giovedì 15 agosto 2013 11:41

di Riccardo Cristiano

Sai Paolo,
mentre alcuni parlano di te non per quel che ti ha obbligato a rientrare in Siria, la pulizia etnica, i bombardamenti a tappeto di interi quartieri e villaggi, e il terrorismo che questi inauditi crimini contro l’umanità hanno di conseguenza prodotto, io per parlarti sono dovuto andarmi a riprendere un libro che ho letto quasi mezzo secolo fa, “L’uomo in rivolta”, di Albet Camus. Quanto lo criticarono Sartre e gli altri “ortodossi” al povero Camus, per aver scritto questo capolavoro. Quasi quanto certuni, che si ritengono ortodossi anche loro, criticano o hanno criticato te, la tua scelta di essere in compagnia di Gesù e del tuo amato popolo siriano.

Ho ben presente come nella vostra “letteratura” sovente si dica, si scriva, si affermi che la fede nasce da un “sì”, sì a Gesù ovviamente. Camus comincia il suo libro dicendo che l’uomo in rivolta scaturisce da un “no”: il no dello schiavo alla schiavitù, alle condizioni in cui il padrone lo tiene. Poi, dalla rivolta fisica, si è passati a quella metafisica, e così il “no” per molti uomini in rivolta è diventato no a Dio.

Ti ho sempre pensato uomo del “sì” e quindi uomo di quel primo “no”, “uomo in rivolta fisica”, perché il cuore dell’uomo in rivolta è inevitabilmente rivolto verso Dio. E’ lo stesso Camus che mi ha confermato in questa convinzione, quando dice che senza cristianesimo non poteva esserci “rivolta”, neanche quella “metafisica”, visto che già Lucrezio spiegava che le divinità sono “estranee alle nostre faccende dalle quali sono affatto distaccati”. Di rivolta metafisica non si sarebbe mai parlato con loro, solo il cristianesimo la poteva causare; la rivolta contro il Dio con un cuore di carne, quello che Camus chiama “un dio personale, al quale la rivolta può domandare personalmente dei conti.”

Ogni pagina di Camus mi parla di te, e in questi giorni mi ha aiutato a dialogare con te nel persistente silenzio. Vive straziato tra la rabbia e la ragione, l’uomo in rivolta di Camus, un curioso riferimento al titolo del tuo ultimo libro, “La rabbia e la luce”, un riferimento che mezzo secolo fa, quando l’avevo letto, non avevo potuto cogliere.

La morte è la grande protagonista dell’opera di Camus, insieme all’ingiustizia. Proprio come nel caso del tuo amore disperato per la rivoluzione siriana. E le tue ultime scelte, compresa la grande missione di pace nella quale sei impegnato, nascono dal “sì”, il sì a Gesù, e il no dell’uomo in rivolta, non certo quella metafisica, ma quella fisica, quella contro la schiavitù da parte dello schiavo. Così, carissimo padre Paolo, sj, mi è venuto spontaneo domandarmi in queste ore difficili: chi è morto? Qualcuno lo dice di te, io invece mi chiedo se non siamo morti noi.

Noi che neanche davanti al tuo silenzio ci chiediamo “possiamo vivere a pochi passi da un genocidio”? Possiamo vivere in braghe da spiaggia davanti al sangue che arrossa il Mediterraneo? Sembra di sì, indifferenti anche al no “che tu hai gridato” scegliendo la rivolta disarmata, per portare un barlume di fede e di speranza dove si è fatto scempio dell’uomo. Barlume che a noi non riguarda.
I tremila bambini torturati e seviziati, le violenze sessuali su detenuti e detenute,cosa ci dicono? In Siria per noi sono un accidente della storia, forse una balla, o un evento “inevitabile”. Dal fronte che ti è avverso si è arrivati parlare della tua missione come una “pagliacciata propagandistica”. Che pena. Che sofferenza.Posso dire che “rabbia”, Paolo?

Si, padre Paolo carissimo, si parla di te, ma a essere morti siamo noi, tu no. Tu hai portato la ragione e la fede nella rivolta dell’uomo contro chi lo deturpa, contro un’ingiustizia perpetrata dal mondo da due anni ai danni di un popolo che ha detto “no”, ma non un “no” metafisico, un “no fisico, umano”, un no pieno di amore per la libertà, la dignità e il rispetto, che a te apparirà certamente figlio della legge d’Abramo.

Nel tuo ultimo libro ci hai detto che, in occasione del tuo precedente viaggio clandestino in Siria, da dove il regime della famiglia carnefice di Assad ti aveva espulso, avevi avvertito l’esigenza di scrivere testamento. Un lusso che molti siriani non si potevano permettere. Non ti saresti comportato da irresponsabile, assicuri in quel libro, ma avvertivi il bisogno di andare a pregare sulle fosse comuni in riva all’Oronte, dove la furia assassina dei pianificatori della pulizia etnica aveva calato l’asso della furia devastante e disumana. Lì dovevi raccoglierti in preghiera. Perché, sebbene non avresti fatto azioni irresponsabili, non avresti neanche accettato di vivere senza verità e testimonianza. Noi invece lo accettammo allora e lo accettiamo oggi, pronti a tacere, con gli occhi bendati, mentre festeggiamo Ferragosto. Incapaci anche di pensare che agosto potrebbe essere il mese della “testimonianza”, con te”, per la dignità dell’uomo.
Tu invece sei lì, vivo, ad avvicinare il giorno in cui Siria sarà sinonimo di resurrezione. Grazie. Grazie ancora una volta. E’ un grazie di cuore, commosso.