La rete da sola non fa le rivoluzioni

Pubblico qui sotto il mio pezzo uscito ieri su Alias, supplemento de Il Manifesto, con qualche riflessione sulla “rivoluzione” in rete e in strada in Egitto..

La rete da sola non fa le rivoluzioni

L`intifada egiziana – “rivolta”, cosi come l`ha immediatamente battezzata Al Jazeera– si e` conclusa vittoriosa venerdi scorso con la cacciata del trentennale dittatore Hosni Mubarak. ..E gia` il cinguettio di Twitter si sposta su un altro hashtag # (la “marca” che permette di raggruppare gli argomenti discussi sul social network in un unico flusso), quello dell`Algeria, poi del Bahrain, prossimi obiettivi della nuova “onda” araba di proteste. Come Tunisi ha girato il testimone all`Egitto, adesso questo prova a passare la palla (messi da parte i dissapori calcistici) all`Algeria, in una corsa tumultuosa che ha coinvolto tutto il mondo arabo in questo inizio di nuovo decennio.

Di questa febbre “rivoluzionaria” scoppiata in Medio Oriente -e del ruolo che avrebbero avuto i social network, in particolare Twitter, nel fomentarla- si e` detto ormai tutto.

L`Occidente e` innamorato dell`idea che le sue infrastrutture tecnologiche, ormai diventate infrastrutture della vita grazie alla capacita di regalare comunicazione im-mediata, abbiano acceso la miccia rivoluzionaria nel mondo arabo in tempi lampo. In realta`, ne` la Tunisia ne ` l`Egitto sono state “Twitter revolutions”.

In Tunisia l`accesso ad Internet non e` mai stato cosa facile, e il paese ha sofferto blocchi e censure anche riguardo a basilari servizi di posta elettronica come hotmail. La blogosfera tunisina, come quella nordafricana in generale, e` francofona, percio` spesso poco in contatto con l`Egitto, il Levante e il Golfo dove e` l`arabo – se non l`inglese- a predominare.

In Egitto i movimenti di protesta guidati dai blogger (come quello cosidetto del “6 Aprile”) e le prime manifestazioni organizzate grazie alla capacita` aggregative dei social network -in particolare Facebook- erano attivi e agguerriti gia` dalla prima meta` del nuovo millennio. Sono anni in cui i blogger egiziani entrano ed escono dalle galere e dai tribunali, denunciano torture, mostrano i primi video di violenze della polizia contro gli attivisti, postati su YouTube da Wael Abbas e da Noha Atef sul sito tortureinegypt.net.

Le rivolte della fine 2010-inizio 2011 sono percio cosa maturata negli anni: non certo scoppiate grazie a Twitter e non certo in un battibaleno. I social network hanno pero negli anni lavorato indirettamente a far emergere una cultura che il giurista Larry Lessig, fondatore di Creative Commons, definisce “read and write culture” , cioe una cultura attiva, propositiva, che non si basa soltanto sul consumo (read) di contenuti altrove prodotti bensi sulla scrittura (write) e ri-scrittura (re-mix) di nuove storie. Twitter e gli altri social network sono gli “attrezzi” per riprendersi questa creativita ormai sparita negli ultimi decenni del secolo scorso, l`epoca del dominio dei media di massa come la TV e dell`inasprimento delle leggi sulla protezione intellettuale (nemica giurata del remix).

Produrre e non soltanto consumare: che si tratti di un video, di un blog post. Anche solo di un “cinguettio” di 140 caratteri, che intanto e` comunque allenamento costante, un esercizio che indirettamente combatte l`autorita suprema del “read only” (leggere solo) con l`ironia del “ri-scrivere”, “ri-twittare”, _ri-linkare”, “ri-postare”, “ri-mixare”.

Per molti anni osservo in Medio Oriente questi giovani, Alaa Abd el Fattah e Manal Hassan, Wael Abbas, Nora Younis, Noha Atef, Hossam el Hamalawy,Slim Amamou, Sami Ben Gharbia e tanti altri come loro, giovani fra i 20 e 30 anni, di tutto il mondo arabo, incontrarsi periodicamente nei barcamp, nei geekfest, nei pecha kucha, in tutti gli eventi “techie” nati principalmente in USA e diventati parte integrante delle culture autoctone mediorientali. C`e qualcosa, nella “garage culture” made in Silicon Valley-California, che e` passata oltreoceano e ha trovato un nuovo senso in mezzo ai deserti, agli slum, ai grattacieli delle metropoli arabe. Cosa mai avranno in comune, mi chiedo, una cultura per eccellenza votata all`iniziativa privata, al rischio, con questa tradizione mediterranea di accettazione–assorbimento all`interno dei gangli del potere, che si tratti di famiglia, lavoro o societa… Beh, qualcosa, a pensarci bene, ce l`hanno: quell`essere giovani sempre che, se negli USA e` una condizione quasi esistenziale, in Medio oriente e` una inconfutabile verita` anagrafica. Oltre il 65% della popolazione araba ha meno di 25 anni. Non tutti, certo, hanno accesso ad Internet, non tutti parlano inglese, non tutti twittano o hanno un blog. Ma quest`elite a un certo punto ha cominciato a incontrarsi con quella libanese e yemenita, in meeting e workshop tecnologici dove involontariamente si faceva un nuovo panarabismo, giovane, tecnologico e non ideologico.

Ricordo l`ultimo di una lunga serie di questi incontri: l`Arab bloggers meeting, nel dicembre 2009 a Beirut. Sapientemente orchestrato da Sami Ben Gharbia, attivista di Global Voices e cyber dissidente tunisino adottato dall`Olanda, il workshop aveva riunito tutte le facce che abbiamo visto in queste due intifade, dal blogger tunisino ora sottosegretario alla gioventu e allo sport Slim Amamou all`attivista egiziano del movimento open software Alaa Abd el Fattah, a sua moglie Manal Hassan, fondatrice dell`Arab techies women, un gruppo di donne arabe programmatrici di computer e appassionate di tecnologia. In quel dicembre 2009 a Beirut c`erano tutti i volti giovani di queste rivoluzioni, insieme a tanti altri giovani techies e attivisti di tutto il mondo arabo, forse protagonisti delle rivoluzioni che verranno. Ci si parlava, ognuno nel suo dialetto, si condividevano trucchi per bypassare censura e sorveglianza dei regimi, si studiavano progetti comuni.

I social network non fanno le rivoluzioni ma lavorano, lentamente ma inesorabilmente, sul cambiamento sociale. Lo fanno anche sviluppando la “read and write” culture, dando una possibilita vera alla creazione, oltre che al consumo. Poi mettono tutto in circolo in rete, cosi che ognuno guarda l`altro, ognuno e` costantemente in contatto con l`altro, e quando uno di questi nodi della rete viene a mancare e` tutta la rete che insorge e si mobilita (come e` successo a Wael Ghonim di Google, rilasciato dalle autorita egiziane dopo 12 giorni di martellante campagna mediatica seguita alla sua scomparsa) .

Questi nodi collegati fra loro -eppure senza un centro, senza una testa o un leader- sono “i piccoli pezzi liberamente connessi”, la metafora del web coniata anni fa da David Weinberger. Nessuno avrebbe mai immaginato di ritrovarli un giorno, attivi e pronti a far collassare il sistema proprio in Medio Oriente. Ma sul mondo “virtuale” di Twitter e Facebook si e` innestato quello, realissimo, della strada, della fame, della disoccupazione, dei sogni infranti di Sidibouzid.

La rete da sola non fa le rivoluzioni, ma il cambiamento sociale, a poco a poco, quello si. Le capitali arabe gremite di Internet cafe, connesse attraverso cavi di fortuna, piratati e riuniti in network “informali” , i wi-fi dispensati gratuitamente per aumentare il consumo nei ristoranti hanno construito negli anni una mappa geografica del cambiamento.

La tecnologia e` come un giocattolo: il padre che lo regala a suo figlio non sa mai come lo usera`, e sicuramente lo fara` in modo diverso rispetto a quanto lui si sarebbe augurato.

Non dimentichero mai la frase comparsa sui muri di Amman qualche anno fa. Diceva: “Internet e` vita”

(mentre scrivo questo pezzo, su Twitter mi arriva la segnalazione di un utente di San Francisco che ha elaborato una mappa grafica che visualizza il grado di influenza esercitao da alcuni utenti su altri durante la rivolta egiziana http://www.kovasboguta.com/. Vedo il mio nome comparire fra quei puntini blu e mi chiedo: sara` mai vero che anch`io, con i miei tweet, ho giocato un ruolo in questa cosa? Poi guardo i piccoli pezzi liberamente connessi visualizzati in questa mappa. Solo di pochi e` possibile leggere il nome, e quello che veramente conta e` soltanto la rete di connessioni. Wael Ghoneim, l`unico che abbia una “faccia” -grazie pero` alle TV che ne hanno mandato in onda lunghe interviste dopo il rilascio- fa sapere, nello stesso instante, sempre su Twitter, che fara` un libro dal titolo “rivoluzione 2.0”. Che importa quanto il marketing si sia gia buttato a far fruttare questo glamour tecnologico di ultima generazione, mi dico..Quella e` la vecchia logica del consumo da televisione. L`unica cosa che invece veramente conta qui e` che tutti gli altri del nostro Twitter network, quelli senza “faccia”, abbiano gia` spostato l`attenzione della rete su altro, l`Algeria, il Bahrain.. sul prossimo hashtag.. forse sulla prossima rivoluzione..)

19/02/11

Source: kovasboguta.com

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Libya, Bahrain, Yemen, Kuwait..and Citizen Tube

Unrest continues in the Arab world and more countries are joining the “wave” of protests which started last December in Tunisia, then reached Egypt. Now Libya, Yemen, Bahrain, Kuwait, Algeria and tomorrow probably Morocco,too, are joining.

It`s very critical to get information from these countries where foreign news  correspondents on the ground are few or none (like Libya), or even Arab news channels as Al Jazeera are banned or do have problems with the local government (like in Bahrain).

But thanks to user-generated media and social networks we are overcoming this problem (at least a bit).

I got this shocking video from Libya first via a Twitter user that I`m following, much before it was published on “official” news outlets.

So watch out for Twitter users from Libya like @ChangeinLibya or @ShababLibya or from Bahrain like famous bloggers @Mahmood and @JustAmira .

Twitter is, I guess, in this moment, the best source on what`s happening if you choose the right network to follow.

There is also an interesting You Tube channel where most of these videos from Libya, Bahrain, Algeria etc are being posted: have a look at Citizen Tube to stay updated.

 

“West by the Arab media” and musalsalat on YouTube

After many people asked for copies, and thanks to my Danish friend @moltke, I was finally able to upload  on my brand new  YouTube channel ThedonatellaDR (sounds a little bit “over” but not many other names were available) some excerpts of the festival “Occidente dai media arabi” that we held in January 2008 at Teatro Palladium in Rome, then replicated in a smaller version at the European Parliament in Brussels in April 2009.

After those two major screenings, I’ve been showing around during many academic presentations those incredibly interesting little fragments of Arab TV, and everybody kept asking “could you make a copy for me?!”.

Finally we won’t need to copy anymore and you could find this material online (it’s great that some teachers and educational institutions have been asking for it already).

Those are the 4 clips from the festival that we have uploaded on You Tube:

“Irhab Academy” (Terrorism Academy), Saudi Arabia 2006

Written by Abdallah B. Al Otibi -a former “wannabe” jihadist that now makes  “anti terror”television programs-   this is an episode of the well known Saudi musalsal “Tash ma tash” that has been broadcasted during each Ramadan for many years and it’s widely popular all across the Arab Region.

A powerful satire of the famous Lebanese reality show Star Academy”, “Irhab Academy” uses the strongest weapon of mass distruction -irony- to ridiculize terrorism as an act of stupidity.

“Block 13”, Kuwait 2001-2003

The Kuwaiti “version” (very different indeed, except from the drawings) of South Park set in a Gulf capital. The excerpt shows a funny scene with a copycat of Saddam Hussein triying to kidnap Kuwaiti scholarbus in a clumsy way.

“Al Hur al ein” (The beautiful maiden), United Arab Emirates, 2005

Directed by Syrian Najdat Anzour (one of the most controversial and acclaimed Arab directors), the soap opera tells about the 2003 terrorist attacks to a compound in Riyad, Saudi Arabia, that killed  35 people and wounded over 160, mostly Arabs.

“Saqf al alam” (The roof of the world), Syria, 2007

“Saqf al alam” has a special meaning, expecially those days that the Danish cartoons controversy has been revamped by the gloomy revelations of David Headley, who admitted an existing terror plot against Danish newspaper Jyllands Posten.

The scene that we have translated and uploaded shows that there could be another way to address the issue, which both Muslims and Danes should seek: dialogue.

Fra Berlusconi e Repubblica sto con il The Guardian

La stampa italiana -quella”vera”: Repubblica, il Corriere– si è finalmente svegliata sulle “connection” Berlusconi-Gheddafi e oggi entrambi i giornali dedicano ampio spazio all’argomento, partendo dalla famosa intervista di Berlusconi alla “sua” Nessma TV, intervista che è rimasta nel dimenticatoio per ben due settimane.

Occupandomi di media arabi ed essendo una persona che segue attentamente gli sviluppi dei social media, ho potuto guardare quell‘intervista, come ho scritto grazie a @rafik, collega tunisino di Twitter, lo scorso 28 agosto. Ho postato  in inglese, dato che questo blog è innanzitutto uno spazio di riflessione sui media arabi, e non sulle questioni italiane. Sono un’analista di media arabi, non di politica italiana.

Eppure, in quanto cittadina italiana che ha a cuore quello che succede in questo paese, ho creduto opportuno avvisare i colleghi di Repubblica -citati proprio quel giorno in tribunale da Berlusconi per le famose “10 domande”– della suddetta intervista e dei pericolosi legami di “esportazione del conflitto di interessi” che faceva presagire. Ho avvisato via email molti redattori del giornale, la direzione, e anche la redazione del sito web Repubblica.it, segnalando la suddetta intervista, chiedendo di pubblicarla e di portarla all’attenzione del pubblico italiano. Ho creduto opportuno inoltre postare un’ulteriore analisi, in italiano stavolta, che mettesse in luce il triangolo Berlusconi-Ben Ammar-Gheddafi, rispolverando la notizia riportata lo scorso giugno dal Sole24ore sull’ingresso della società Lafitrade vicina al leader libico nel capitale della Quinta Communications di Ben Ammar (e Berlusconi).

Sul Manifesto dello scorso 30 agosto, in occasione della visita di Berlusconi in Libia, è stata ripubblicata la gran parte di questo post a pagina 3.

Intanto, contemporaneamente, il blogger Daniele Sensi aveva  tradotto l’intervista di Nessma in italiano, postandola su You Tube e dandone ampia diffusione, con vari post, anche lui a partire dal 28 agosto.

Alla faccia di tutto questo, Repubblica, il Corriere e persino Beppe Grillo, ripubblicano giorni dopo la notizia senza mai citare nessuna di queste precedenti analisi, e ignorando scandalosamente persino il suddetto articolo del 30 agosto su il Manifesto (persino i “colleghi” de l’Unita pubblicano la notizia il 31 agosto, un giorno dopo il Manifesto, senza mai citarlo). Republica, il Corriere,  Grillo pubblicano persino il video tradotto da Sensi, senza mai citarne il nome. Per fortuna che lui che conosce bene il comportamento “corretto” dei nostri media nei confronti dei blogger, aveva provveduto saggiamente a mettere un banner sul video con il nome del suo sito.

Il 4 settembre John Hooper, corrispondente del The Guardian, pubblica un ampio servizio dal titolo “The Qaddafi-Berlusconi connection” portando all’attenzione le ambiguità di un Berlusconi in affari privati con Gheddafi e allo stesso tempo in affari pubblici: la pericolosa, appunto, esportazione del conflitto di interessi. E aggiunge:

“What is as striking as anything about all this is the role played – or rather, not played – by the Italian media. In all the thousands of words I have read and heard since June about the dealings between the Berlusconi and Gaddafi governments, I had not read even one that called attention to this new link between the two leaders. My attention was drawn to it by a reader. Libya’s entry into Quinta, which I suspect would have been front-page news in any other European country, was reported briefly by a couple of dailies, but in their financial section. Neither piece made any allusion to the link to Nessma”.

Traduco: “Ciò che è scioccante quanto tutto il resto in questa faccenda è il ruolo giocato -o meglio, non giocato- dai media italiani. Nelle migliaia di parole che ho letto e sentito da giugno sugli accordi fra i governi di Berlusconi e Gheddafi, non ne ho letto nemmeno una che portasse l’attenzione su questo nuovo legame fra i due leader. Me ne sono accorto grazie a un lettore. L’entrata della Libia in Quinta, che sospetto sarebbe stata notizia di prima pagina in qualsiasi altro paese europeo, è stata riportata brevemente da un paio di quotidiani, ma nella loro sezione finanziaria. Nessun articolo ha fatto alcuna allusione al legame con Nessma“.

Grazie a John Hooper, e al suo attento lettore che forse è un lettore dei blog, o un frequentatore dei social network, il The Guardian ha scritto quello che era dovere dei nostri quotidiani scrivere. Eppure Repubblica ha avuto anch’essa la segnalazione da un lettore su questi bui legami -almeno uno di questi lettori sono io, e sospetto chissà quanti altri segnaleranno cose importanti che cadono nei dimenticatoi dei nostri media, così troppo presi -da destra e da sinistra- da gossip, mutande, escort, e si risvegliano dai loro sogni da reality soltanto quando arrivano fonti autorevoli come un quotidiano inglese a esortarli sulle cose veramente importanti che succedono nel loro stesso paese…

Il lettore in Italia non conta niente. Tantomeno conta il blogger. Lo dimostra la mia storia, quella di Daniele Sensi, e di tanti altri blogger che scrivono per amor di verità, per passione politica, e che non si meritano nemmeno una riga -una riga, signori!in tanta carta e inchiostro, cos’è una riga una di grazie!?- per il lavoro di documentazione che fanno.

Persino Beppe Grillo, il blogger italiano più famoso nel mondo, non si prende la briga di fare quello che persino un adolescente riuscirebbe a fare, ricercare su Internet una notizia, la sua fonte -anzi le sue fonti visto che di tante voci la Rete parla- andare indietro nel tempo, trovare connessioni. Grillo scrive il 3 settembre come se nulla fosse esistito prima!

Questa storia porta ad una serie di amare conclusioni. Intanto, che la stampa italiana mainstream non riesce a riconoscere la valenza di una notizia, se a segnalargliela non è un giornale straniero. I giornalisti pagati per fare inchieste non si sa cosa facciano nel nostro paese, se si aspetta la segnalazione di un lettore a un giornale straniero per arrivare a riconoscere l’importanza di qualcosa.

Poi, che la stampa di minoranza non conta niente: talmente zero che il Manifesto, pur essenso un quotidiano nazionale, viene ignorato apertamente, come se quella notizia il 30 agosto non l’avesse mai data. E persino quando il Sole24ore porta alla luce la notizia dell’ingresso della Libia in Quinta Communications, la cosa rimane relegata alle notizie finanziarie. Come dire, ogni giornale faccia il suo lavoro e il Sole faccia pure notizie finanziarie, il Manifesto tiri su polveroni terzomondisti, tanto alla stampa mainstream non interessa.

Con i blogger i nostri media mainstream sono anche più sfacciati che con i colleghi della stampa “di settore”. I blogger non meritano nemmeno di essere citati, ci si puo appropriare del loro lavoro di documentazione e traduzione ma attribuirgli un nome, un volto, una firma, quello proprio no. Alla faccia della proprietà intellettuale, dell’etica professionale, etc etc etc

Come si fa in questo paese ad essere presi sul serio quando si parla di giornalismo? e quando nei salotti bene dei nostri media mainstream si interloquisce sulla rete, i social media, Twitter, come si fa ad essere credibili se non si è pronti ad attribuirgli dei meriti, ma solo a rapinarli?

Su Internet vige un rispetto e un’etica di citazione che i nostri media se lo sognano. E comportamenti come quello di Repubblica e di tutti gli altri colleghi si pagano a caro prezzo, quello della reputazione.

Noi continueremo a documentarci, a tradurre, a scrivere per amore di verità.  E lo faremo con correttezza ed etica, le uniche cose che finora ci hanno ripagato, le uniche cose che servirebbero a questo paese e che non abbiamo, a sinistra e a destra.

Se l’atteggiamento dei nostri media non cambia, quello dei nostri giornalisti non cambia, come possiamo pensare che cambi il nostro paese? e non è solo Berlusconi che cita i giornali e chiude le trasmissioni il problema.

Il problema siete anche voi che usate la stessa sonante moneta di gossip e sciacallaggio, il problema è chi non indaga su quello su cui dovrebbe indagare, ma alza carrozzoni e polveroni mediatici e si è scordato cos’è l’etica, l’indagine giornalistica, il diritto di citazione, la correttezza professionale e, soprattutto, la sua reputazione che, benedetto Internet, per fortuna è sotto gli occhi di tutti.

Penso che sia meglio continuare ad occuparsi di media arabi e scrivere in inglese. La prossima segnalazione sui fatti di casa nostra la faccio direttamente al The Guardian e al signor John Hooper che, thanks God, sente il dovere di citare quel suo lettore anonimo..

War on words. Arab media on Obama’s speech in Cairo..and the winner is: Twitter!

Just finished a couple of hours marathon split between TV and computer screen to follow Obamas first live speech addressed to the Muslim world from a Muslim-majority country, Egypt. I’ve tried to follow the speech live on the Internet, through the WhiteHouse’s YouTube channel , following at the same time reactions on Al Jazeera and Al Arabiya.

Of course the two most important Arab media have a very different view on President Obama‘s words, even if it’s not always through words that they express this view. Take Al Jazeera for example:  since the very end of Obama’s talk in Cairo has started broadcasting two different feature stories. First one is what’s now happening in Qalqiliya. While Obama was mentioning Palestine and Israel and  the right of both to leave in peace and  have each one its own state, the reality of Palestine is that Palestinians are killing each others in internal fights. Al Jazeera did not say openly that this internal fights are US (and Europe)’s fault, cause they have never recognised Hamas‘ right to govern Palestine after they won the elections.   But the mere fact of showing the images of what’s happening in Palestine, right after Obama spoke of Palestine and peace, is eloquent and doesnt’ need more words to be said. Also right now, in the news bullettin, Al Jazeera is presenting as headline news Obama’s speech in Cairo as first, and Qalqiliya as second. Do we need more words than those justaxposed images to understand what Al Jazeera thinks about Obama?

On the other hand, Al Arabiya. They have a very different tone from Al Jazeera, quiet and very analytic. However, all the analysis are positive. The sheikh who spoke from Saudi Arabia was very optimistic and labelled Obama’s language as “new language” (at the same time, an Egyptian guest on Al Jazeera was saying exactly the contrary: “same old language” used by Bush, words like “civilization”). Generally speaking, even after Obama’s speech was over, Al Arabiya went on (and it’s still going on) with analysis, collecting different views, etc. Do you remember who was the first Arab channel to get an interview with President Obama? Well, that’s the answer to Al Arabiya’s coverage of today.

Obama mentioned many points in his speech, but which ones are picked up by Al Jazeera and Al Arabiya, even if with different angles? Number one, the Palestinian issue. Reasonable. Without finding a solution to this, the other points are useless for the Arabs. Number two,  religious tolerance and minorities. Number three, women issue. Somebody on Al Jazeera also remarked the importance of the educational point mentioned by Obama. Good. But who between them would have stayed a bit more on democracy in the Arab world? Obama mentioned the need to open to democracy, not through wars -but not even with internal coercion-. He was not that bold and didnt’ give the names, but -guess what- this is a whole chapter rather than a simple point for Arab media to open the discussion. I am hoping that at least Faysal Qassem will pick up this point and make a whole episode on this! If not him,  then who?!

While zapping in between Al Jazeera and Al Arabiya during Obama’s speech and trying to pick up the nuances in their coverage, I had hundreds of Tweets pulling out from my computer screen. Including people watching the speech from Israel, giving their opinions, translating things from Hebrew.  Twitters written by Elizrael were very helpful.  Neither Al Jazeera nor Arabiya were ready to pick up this energy and different views coming from Twitter live. Projects like Meedan of live translation Arabic-English and viceversa were helping. People were helping to understand, through Global Voices community. An incredible compilation of information, discussions, live translation, different opinions.

Obama spoke, Al Jazeera and Al Arabiya listened. Twitter (and the Internet) won.